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I crimini delle unità speciali inglesi nel contesto della guerra al terrorismo secondo Eric Denécé

INTRODUZIONE

Le derive, gli eccessi e le atrocità militari sono fenomeni tristemente ricorrenti nei conflitti. Nel secolo scorso, i principali responsabili sono stati i britannici durante la lotta contro l’indipendenza irlandese (1919-1921), i tedeschi e i giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale, a un livello senza precedenti, e le forze francesi e britanniche durante i conflitti di decolonizzazione. Gli Stati Uniti, nel Vietnam, si sono macchiati di crimini come il massacro di My Lai, l’uso dell’agente arancio e i bombardamenti sul Cambogia. Con la fine della Guerra Fredda, i conflitti hanno continuato a generare vittime civili, come in Cecenia, Afghanistan, Pakistan, Iraq, Siria e Yemen, soprattutto nel contesto della guerra globale al terrorismo (GWOT) lanciata dagli USA, con il sostegno di Regno Unito e Australia. Anche le operazioni di gruppi paramilitari, incluse società militari private, hanno contribuito ad amplificare questi abusi. Nonostante le recenti critiche rivolte a Russia e Israele per le loro operazioni in Ucraina, Siria, Africa e Medio Oriente, le atrocità commesse da forze occidentali o loro alleati, spesso coperte dai media o dalle autorità, rimangono minimizzate. Gli errori americani, in particolare quelli legati a società militari private, sono frequentemente insabbiati. La disuguaglianza nel trattamento mediatico e giudiziario di questi crimini rende essenziale un’analisi approfondita delle violazioni commesse dalle forze speciali britanniche, australiane e americane, evidenziando la loro impunità e il disprezzo per il controllo democratico.

LE SAS BRITANNICHE IN AFGHANISTAN (2010-2013)

Durante l’intervento britannico in Afghanistan, un alto ufficiale del Directorate of Special Forces (DSF), identificato come N1466, ha segnalato azioni sospette da parte delle SAS che potevano configurarsi come crimini di guerra. N1466, assegnato al quartier generale delle forze speciali britanniche dal 2010 al 2011 e sotto il comando del generale David Page, analizzò i rapporti operativi e notò un numero sproporzionato di “nemici uccisi in azione” (Enemy Kill in Action, EKIA) rispetto alle armi recuperate, il che non corrispondeva ai modelli abituali di combattimento. L’ufficiale segnalò episodi specifici, come l’assassinio di Mohammed Ibrahim, ex governatore di un distretto di Helmand, ucciso nel novembre 2010 durante un raid delle SAS, ufficialmente giustificato come autodifesa per il presunto lancio di una granata da parte della vittima. N1466 documentò anche operazioni del febbraio 2011, in cui furono uccise 17 persone, inclusi due bambini, ma furono recuperate solo sette armi, e un episodio in cui due prigionieri furono giustiziati con il pretesto di aver afferrato armi nascoste. Nonostante la gravità delle accuse, il rapporto formale di N1466, che descriveva queste azioni come parte di una “deriva criminale” di un’unità SAS, fu occultato al quartier generale del Special Boat Service (SBS) dal colonnello Gwyn Jenkins, su ordine del generale Page. Le sue segnalazioni portarono a rivelazioni mediatiche da parte del Sunday Times e della BBC, che, con un’inchiesta di Panorama del 2022, rivelarono l’uccisione illegale di 54 persone in sei mesi da parte di un’unità SAS, con prove fabbricate per giustificare gli omicidi come legittima difesa.

LA COMMISSIONE D’INCHIESTA

A seguito delle pressioni dei media, delle ONG e di interrogazioni parlamentari, nel dicembre 2022 fu istituita una commissione d’inchiesta guidata dal giudice Sir Charles Haddon-Cave, incaricata di esaminare le accuse secondo cui le forze speciali britanniche avrebbero eseguito esecuzioni sommarie di uomini non armati e senza minacce reali tra il 2010 e il 2013, e se tali azioni fossero state deliberatamente insabbiate per evitare conseguenze legali. La commissione doveva inoltre valutare se le indagini condotte dalla Royal Military Police fossero state condotte con serietà. Tuttavia, per proteggere la reputazione delle SAS, il governo britannico impose che il nome del reggimento non fosse mai esplicitamente menzionato durante l’inchiesta, che avrebbe dovuto riferirsi solo genericamente alle “forze speciali britanniche”. Nonostante queste restrizioni, il lavoro della commissione mise in luce un chiaro schema di abusi e l’ostinata resistenza delle autorità militari nell’affrontare la situazione, evidenziando un deficit di trasparenza e controllo.

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