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I crimini contro il diritto internazionale di Israele secondo Pino Arlacchi

Arlacchi, nell’articolo apparso sul il Fatto Quotidiano del 26 novembre argomenta che Israele abbia trasformato la propria presenza nelle Nazioni Unite in una piattaforma da cui proseguire impunemente una serie di azioni che egli definisce come crimini sistematici e violazioni ripetute del diritto internazionale. A suo avviso, Israele si comporta come uno “Stato fuori legge”, protetto dalla copertura incondizionata degli Stati Uniti, che lo sostengono a livello diplomatico e militare, permettendogli di operare al di fuori delle norme internazionali. L’autore cita come Israele ignori costantemente le risoluzioni ONU che ne chiedono il ritiro dai territori palestinesi occupati dal 1967, proseguendo una politica di insediamenti illegali in Cisgiordania e mantenendo il blocco sulla Striscia di Gaza, una zona dove, secondo Arlacchi, le condizioni di vita sono così estreme da configurare un contesto di apartheid.

Un punto centrale dell’articolo è il paragone con il Sudafrica dell’apartheid: Arlacchi sostiene che, come avvenne negli anni Settanta, quando le Nazioni Unite tentarono di espellere il Sudafrica a causa delle sue politiche razziste e segregazioniste, ora vi sarebbero le basi per intraprendere un’azione simile nei confronti di Israele. Secondo l’autore, la similitudine risiede nella discriminazione sistematica operata dallo Stato israeliano nei confronti dei palestinesi, che sarebbero sottoposti a violenze, espropriazioni e restrizioni di movimento, impedendo loro di esercitare diritti civili e politici fondamentali.

Arlacchi critica duramente l’incapacità delle Nazioni Unite di esercitare un ruolo di controllo su Israele, attribuendo questa impasse all’influenza statunitense sul Consiglio di Sicurezza. Ogni volta che una risoluzione critica verso Israele viene proposta, afferma l’autore, il veto degli Stati Uniti la blocca, rendendo impossibile qualsiasi intervento concreto. Questa dinamica, secondo Arlacchi, non solo indebolisce la credibilità delle Nazioni Unite ma trasmette un messaggio di impunità che incoraggia Israele a intensificare le proprie azioni. L’autore elenca alcune di queste violazioni, che includono non solo il blocco a Gaza, ma anche l’annessione di terre in Cisgiordania, la distruzione di case palestinesi e l’arresto arbitrario di cittadini palestinesi, inclusi minori, come parte di una strategia di repressione e controllo della popolazione.

L’articolo di Arlacchi si concentra poi sull’aspetto legale, suggerendo che Israele abbia raggiunto un punto di non ritorno, in cui la sua partecipazione alle Nazioni Unite sarebbe contraria ai principi stessi dell’organizzazione. Cita l’articolo 6 della Carta delle Nazioni Unite, che prevede l’espulsione di uno Stato membro che violi sistematicamente i principi sanciti dalla Carta stessa, argomentando che Israele ne sia un caso emblematico. Arlacchi sostiene che continuare a permettere a Israele di sedere nelle Nazioni Unite equivale a tollerare l’inaccettabile e invia un segnale devastante agli altri membri: che uno Stato può violare impunemente i diritti umani, la sovranità altrui e il diritto internazionale senza conseguenze, a patto di avere alleati potenti.

In conclusione, l’autore non si limita a condannare le azioni di Israele, ma pone una questione morale e giuridica: se le Nazioni Unite non prendono misure drastiche per fermare uno Stato che agisce con impunità, il loro ruolo come arbitro globale della pace e della giustizia è compromesso. Arlacchi suggerisce che, in assenza di un cambiamento, Israele dovrebbe essere espulso dall’organizzazione per preservare l’integrità dei valori dell’ONU e dare un segnale chiaro che le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale non sono tollerabili, indipendentemente dalle alleanze politiche.

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