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HTS: La propaganda del terrore e l’ambiguità occidentale

In Siria, un nuovo capitolo della guerra civile si scrive con il sangue dei civili e con le menzogne della propaganda. L’avanzata di Hayat Tahrir al-Sham (HTS), l’ex branca siriana di al-Qaeda, segna non solo un cambio di scenario militare, ma anche l’ennesima dimostrazione dell’incapacità dell’Occidente di comprendere, o voler comprendere, la realtà sul terreno.

HTS si presenta oggi come un movimento “moderato”, intento solo a liberare il Paese dal regime di Bashar al-Assad. Abu Mohammed al-Jolani, leader del gruppo, ha persino concesso interviste ai media occidentali, come la CNN, cercando di ripulire l’immagine di un’organizzazione che rimane, nei fatti, un’entità jihadista fondamentalista. Ma quale credibilità può avere questo racconto, quando le immagini e i resoconti dal fronte parlano di civili terrorizzati che abbandonano le loro case per sfuggire alle violenze di HTS? Decine di migliaia di persone in fuga non sembrano compatibili con l’idea di un “liberatore”.

La verità è che siamo di fronte a una colossale operazione di propaganda. HTS cerca di legittimarsi agli occhi del mondo, puntando su una narrativa che lo dipinge come l’alternativa necessaria al regime di Assad. Tuttavia, i suoi metodi brutali e il suo progetto politico, fondato su una visione fondamentalista e totalitaria dell’islam, non lasciano spazio a dubbi. HTS non è altro che un’ulteriore manifestazione del jihadismo che ha devastato il Medio Oriente negli ultimi due decenni, cambiando solo il linguaggio e i toni per adattarsi al contesto internazionale.

Eppure, il gioco di HTS trova terreno fertile in un Occidente sempre più confuso e frammentato. Gli Stati Uniti, pur consapevoli delle radici jihadiste del gruppo, sembrano tollerarne l’espansione per il mero fatto che rappresenti un problema per Assad e, di riflesso, per i suoi alleati russi e iraniani. Questa strategia, già fallimentare in Iraq e in Afghanistan, non solo ignora le sofferenze delle popolazioni locali, ma alimenta ulteriormente il caos in una regione già devastata.

Il caso di Aleppo è emblematico. HTS ha recentemente preso il controllo della città, presentando la celebrazione di una messa cristiana come prova della sua tolleranza religiosa. Un gesto teatrale, pensato per le telecamere, che contrasta con le testimonianze di persecuzioni, esecuzioni sommarie e repressioni contro chiunque non si allinei alla sua ideologia. E se i sunniti, la comunità religiosa maggioritaria in Siria, fuggono davanti all’avanzata di HTS, è evidente che il problema non riguarda solo le minoranze.

La domanda centrale rimane: perché l’Occidente, sempre pronto a parlare di diritti umani e democrazia, continua a chiudere gli occhi davanti a queste realtà? Perché una rete come la CNN dà spazio alla propaganda di un gruppo jihadista, invece di denunciarne le violenze? Forse perché, nel grande gioco geopolitico, la sofferenza dei siriani è ormai diventata una variabile irrilevante, sacrificata sull’altare delle convenienze strategiche.

HTS non è un movimento di liberazione. È l’ennesimo mostro nato dall’instabilità della regione e dalla miopia della comunità internazionale. Continuare a trattarlo come un attore politico credibile significa non solo tradire le vittime della sua violenza, ma anche contribuire a perpetuare un conflitto che, dopo oltre un decennio, continua a distruggere vite e speranze.

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