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Guerra in Ucraina: una strategia occidentale senza uscita

La decisione dell’amministrazione Biden di consentire l’utilizzo dei missili ATACMS da parte dell’Ucraina contro il territorio russo rappresenta un passo controverso che richiede una riflessione profonda sulle implicazioni strategiche e morali di questa guerra. Da un lato, ci troviamo di fronte a un conflitto che si protrae senza prospettive di vittoria sul campo per l’Ucraina; dall’altro, assistiamo a una serie di decisioni che sembrano avere come unico obiettivo il prolungamento delle ostilità, senza alcun piano credibile per la pace.

Gli Stati Uniti, così come i loro alleati europei, sono intrappolati in una logica di escalation controllata che rischia di sfuggire al controllo. L’utilizzo dei missili a lungo raggio contro il territorio russo non modifica le sorti del conflitto, come ammesso dagli stessi funzionari americani, e non consente di colpire obiettivi strategici rilevanti. Tuttavia, aumenta il rischio di una reazione russa imprevedibile, specialmente alla luce dell’aggiornamento della dottrina nucleare di Mosca, che ora contempla l’uso di armi atomiche anche in risposta ad attacchi convenzionali sostenuti da potenze nucleari.

Questa decisione appare ancor più paradossale se consideriamo le dichiarazioni del Pentagono e della Casa Bianca di poche settimane fa, in cui si sottolineava l’inutilità di colpire il territorio russo con armi occidentali. Eppure, oggi vediamo che si è scelto di superare una linea che, fino a ieri, sembrava intoccabile. Perché? La risposta potrebbe risiedere più nella politica interna americana che nella strategia militare. Con un’amministrazione Biden politicamente indebolita e una campagna elettorale imminente, la scelta di intensificare il sostegno all’Ucraina potrebbe essere un tentativo di consolidare il consenso interno, anche a costo di compromettere la stabilità globale.

Nel frattempo, l’Europa si trova in una posizione drammatica. Le sanzioni economiche contro la Russia non hanno raggiunto l’obiettivo dichiarato di indebolire Mosca. Al contrario, hanno rafforzato l’autonomia energetica russa e devastato l’economia europea, con prezzi dell’energia in aumento e un impatto catastrofico sull’industria. La rinuncia al gas russo, che gli esperti indicavano come possibile solo in un arco di 8-10 anni, è stata accelerata in modo irresponsabile, portando l’Europa sull’orlo di una recessione energetica e industriale. In questo contesto, la guerra in Ucraina non è solo una tragedia umanitaria, ma anche un esempio lampante di come decisioni geopolitiche affrettate possano portare a conseguenze controproducenti.

Infine, le contraddizioni dell’Ucraina stessa meritano attenzione. Zelensky alterna appelli alla pace entro il 2025 a dichiarazioni che invocano ulteriori attacchi contro la Russia. Questo atteggiamento riflette la dipendenza assoluta del governo ucraino dal sostegno occidentale, in particolare americano, e la mancanza di un’autonomia strategica reale. D’altra parte, va ricordato che un accordo di pace era già stato negoziato nell’aprile 2022, con la mediazione della Turchia, e prevedeva un’Ucraina neutrale, il ritiro russo da Kiev e un’autonomia per il Donbass. Quell’accordo è stato sabotato dalle pressioni angloamericane, che hanno visto nella guerra un’opportunità per logorare la Russia, sacrificando però l’Ucraina stessa.

La domanda che dobbiamo porci è questa: a chi giova il proseguimento di questa guerra? Non all’Ucraina, che sta pagando il prezzo più alto in termini di vite umane e distruzione; non all’Europa, che si è autoimposta un suicidio economico; e, alla lunga, neanche agli Stati Uniti, che rischiano di innescare una nuova Guerra Fredda con conseguenze imprevedibili. La guerra in Ucraina, in ultima analisi, è il frutto di una mancanza di visione strategica, dove il prolungamento del conflitto sembra essere diventato un fine in sé, con costi incalcolabili per la stabilità globale.

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