
C’è un luogo in Sicilia dove il sogno di Enrico Mattei, trasformare il petrolio in sviluppo, ha lasciato solo macerie, dolore e la lunga ombra della criminalità organizzata. Quel luogo è Gela, costa meridionale dell’isola, dove il petrolio si estrae dagli anni Cinquanta e dove, dagli anni Sessanta, un colosso come ENI ha piantato le sue radici con un grande petrolchimico, destinato a cambiare per sempre il territorio. Non certo in meglio.
Dalle promesse di Mattei alle cicatrici dell’industria
Il petrolchimico di Gela, inaugurato nel 1963, era l’immagine del progresso: un faro per l’industrializzazione del Sud, una promessa di occupazione e benessere. Oggi, però, quella promessa è un cumulo di promesse tradite. La raffineria è chiusa dal 2014, le trivelle estraggono poco o nulla, mentre una presunta “svolta green” con la bioraffineria avviata nel 2019 sembra più una mossa di marketing che una vera rivoluzione ecologica. Intanto, le bonifiche del territorio, dichiarato Sito di Interesse Nazionale (SIN) nel 1998, vanno avanti con ritardi intollerabili e, secondo i dati, al 2020 non erano ancora completate. Le cicatrici, però, non sono solo nel suolo o nel mare, ma nei corpi degli abitanti di Gela.
Tumori, malformazioni e la sofferenza di Gela
“Ogni famiglia ha almeno un malato di tumore”, raccontano i giornalisti locali Jerry Italia e Rosario Cauchi di Tele Gela. E i dati dello studio epidemiologico “Sentieri” dell’Istituto Superiore di Sanità confermano un quadro desolante: eccessi di tumori infantili, malformazioni congenite e aborti rispetto alla media nazionale. Francesca, madre di Aurora, nata con labiopalatoschisi, racconta: “Abbiamo fatto esami genetici. Poi ho capito. È colpa dell’inquinamento. L’aria di Gela è terribile”.
Eppure, il tribunale di Gela lo scorso giugno ha sentenziato che non esistono prove sufficienti per collegare le malformazioni all’inquinamento del petrolchimico. Una beffa per chi vive quotidianamente gli effetti di decenni di scarti tossici e contaminazioni. Dal 2009 a oggi, il numero di malformazioni neonatali resta costante, altissimo. Un dramma che si ripete ogni anno, invisibile ai grandi media nazionali.
La bonifica: promessa o alibi?
ENI, nel frattempo, parla di tecnologie innovative per la bonifica, come il sistema IRAC per l’assorbimento degli idrocarburi, e si impegna a completare i progetti entro il 2025. Ma i ritardi accumulati dal 1998 sono inaccettabili. Zone come la discarica Cipollina, abbandonata per anni a causa di fallimenti societari e scarso interesse politico, continuano a contaminare il territorio, e persino i pascoli arrivano ai confini di aree altamente inquinate. Una situazione che vanifica i pochi progressi fatti.
Mafia e politica: un binomio consolidato
Non è solo questione di inquinamento. Il petrolchimico di Gela è stato per decenni anche terreno fertile per la criminalità organizzata. Secondo diverse indagini, Cosa Nostra ha instaurato rapporti con i vertici di ENI, facilitando appalti e subappalti per imprese vicine alla mafia. Un sistema che ha permesso alla criminalità di infiltrarsi nell’economia locale, sfruttando la presenza del colosso industriale per arricchirsi ulteriormente.
Nel 2014, l’allora governatore della Sicilia Rosario Crocetta ha dichiarato apertamente: “Insieme ai lavoratori abbiamo cacciato la mafia dallo stabilimento petrolchimico. E lavorava bene l’Eni con la mafia, adesso che abbiamo ripulito non se ne parla più”. Una frase che non lascia spazio a interpretazioni, confermando come il legame tra industria e criminalità fosse riconosciuto persino a livello istituzionale.
Gela e il Delta del Niger: la stessa tragedia
La storia di Gela, con il suo inquinamento e le sue infiltrazioni mafiose, trova un inquietante parallelo a migliaia di chilometri di distanza, nel Delta del Niger. Anche qui, ENI e altre multinazionali estraggono petrolio da decenni, lasciando devastazione e miseria. Le fuoriuscite di petrolio, che distruggono suolo, acqua e mezzi di sussistenza, sono croniche. Amnesty International ha documentato casi in cui ENI ha impiegato oltre 400 giorni per fermare una perdita di greggio. E mentre il mondo parla di transizione ecologica, gli abitanti del Delta denunciano: “L’acqua è nera, i pesci sono morti. Non abbiamo più nulla”.
Conclusione: il prezzo di Gela
Gela è il simbolo di ciò che accade quando il profitto si impone sulla vita. La promessa di Mattei, quella di un’industrializzazione che avrebbe portato benessere, è diventata un incubo. Le multinazionali, con le loro immense capacità economiche, non hanno saputo – o voluto – investire nel risanamento del territorio. E la politica, tra connivenze e ritardi, non è stata in grado di proteggere i cittadini.
La storia di Gela non è solo una vicenda locale. È un monito per l’Italia e per il mondo: se l’industria non rispetta l’ambiente e le persone, ciò che resta è solo devastazione. Gela non è un caso isolato, ma un esempio di ciò che accade quando lo sviluppo si piega al potere del denaro e dell’illegalità.
Be First to Comment