
La crisi a Gaza continua a peggiorare, mentre il Senato degli Stati Uniti si trova di fronte a un momento cruciale per decidere sul futuro delle relazioni con Israele. Con pochi giorni rimasti prima dell’insediamento del presidente eletto Donald Trump, alcuni senatori progressisti stanno spingendo per un’azione decisa contro la vendita di armi destinate al governo israeliano. Una serie di risoluzioni congiunte, introdotte dal senatore Bernie Sanders, potrebbe rappresentare l’ultima opportunità per i Democratici di intervenire sulla questione durante il periodo di transizione noto come “lame duck.”
Le risoluzioni, presentate da Sanders insieme ai senatori Chris Van Hollen, Peter Welch e Jeff Merkley, mirano a bloccare un pacchetto da 20 miliardi di dollari in forniture militari approvato dall’amministrazione Biden lo scorso agosto. Tra le armi in questione figurano munizioni per carri armati da 120 mm e kit per la guida di missili JDAM, strumenti chiave per le operazioni militari israeliane. Durante una conferenza stampa, Sanders ha sottolineato la semplicità legale di queste risoluzioni: “Gli Stati Uniti sono attualmente in violazione della legge, e ogni membro del Senato che crede nello stato di diritto dovrebbe votare a favore di queste risoluzioni.”
Tuttavia, nonostante l’appello di Sanders, le probabilità che le risoluzioni vengano approvate sono scarse, persino con una maggioranza democratica. L’attuale sessione legislativa è stata caratterizzata da uno stallo politico e da una crescente ambiguità sulla posizione dei Democratici riguardo alla crisi a Gaza.
La crisi umanitaria e il ruolo degli Stati Uniti
Il dibattito si inserisce in un contesto di crisi umanitaria senza precedenti a Gaza, dove quasi due milioni di persone vivono in condizioni di fame estrema. In ottobre, il Segretario di Stato Antony Blinken e il Segretario alla Difesa Lloyd Austin avevano inviato una lettera ai loro omologhi israeliani fissando una scadenza di 30 giorni per consentire l’ingresso di almeno 350 camion di aiuti umanitari al giorno nella Striscia di Gaza. Tuttavia, nonostante i rapporti di diverse organizzazioni umanitarie abbiano evidenziato che Israele ha continuato a bloccare gli aiuti, la Casa Bianca ha deciso di non intervenire, mantenendo il supporto militare a Israele.
Questa decisione viola apertamente una legge statunitense che impedisce la fornitura di armi a paesi che ostacolano l’assistenza umanitaria sostenuta dagli Stati Uniti. Tale inazione ha suscitato forti critiche, anche da parte dello staff della Casa Bianca stessa. Lunedì, un gruppo di funzionari ha espresso il proprio dissenso in una lettera ufficiale, denunciando il mancato rispetto della scadenza da parte del governo israeliano e l’assenza di conseguenze da parte dell’amministrazione Biden.
Il senatore Chris Van Hollen, presente alla conferenza stampa con Sanders, ha criticato duramente l’amministrazione: “Qual è il senso di stabilire una linea nella sabbia se poi non la si rispetta?,” ha chiesto retoricamente. La frustrazione per l’inerzia del governo ha spinto numerosi attivisti pro-Palestina e membri del Congresso a considerare le risoluzioni di disapprovazione come l’ultima possibilità concreta per affrontare la crisi prima che i Repubblicani assumano il controllo della Camera a gennaio.
Il dissenso interno e la mobilitazione popolare
La frustrazione per la mancata azione della Casa Bianca si è riflessa anche tra i gruppi di attivisti. Martedì, oltre 100 manifestanti pro-Palestina hanno occupato l’edificio Hart del Senato, chiedendo un voto a favore delle risoluzioni di Sanders. Il loro slogan, “Non un altro nichel, non un altro centesimo, niente più soldi per i crimini di Israele,” ha riecheggiato nei corridoi prima che circa 50 manifestanti venissero arrestati dalla polizia del Campidoglio.
Samer Araabi, membro dell’Arab Resource and Organizing Center, un’organizzazione per i diritti dei palestinesi con sede nella Bay Area, ha espresso il crescente senso di disillusione: “Le settimane passate sono state incredibilmente scoraggianti. L’ultimatum di Biden riguardo alla vendita di armi a Israele è stato completamente ignorato, e Israele non ha cambiato nulla in termini di accesso agli aiuti umanitari.” Araabi ha anche denunciato il crescente sostegno a leggi come la H.R. 9495, una proposta legislativa che mira a revocare lo status di organizzazioni non profit a gruppi pro-Palestina, definendola un attacco alla libertà di espressione.
La politica interna e il futuro del Congresso
Con l’avvicinarsi del cambio di amministrazione, il panorama politico si complica ulteriormente. Trump, noto per le sue posizioni favorevoli a Israele e la nomina di figure di estrema destra anti-musulmane come Pete Hegseth, rappresenta una minaccia concreta per i diritti dei palestinesi e per le politiche di assistenza umanitaria. Araabi ha sottolineato l’urgenza di agire prima che la nuova amministrazione entri in carica: “Possiamo fare alcune ipotesi ragionevoli basandoci sulle sue prime nomine, e penso che queste puntino a una situazione davvero pessima.”
Nonostante lo scetticismo sulla possibilità di approvare le risoluzioni di Sanders, Araabi spera che i senatori in uscita, spesso definiti “lame ducks”, approfittino di quest’ultima opportunità per lasciare un segno. Ha citato il caso della senatrice californiana Laphonza Butler, che verrà sostituita da Adam Schiff, come un esempio di chi potrebbe usare questo momento per prendere una posizione chiara contro le politiche israeliane.
Conclusione
Il voto sulle risoluzioni di disapprovazione rappresenta molto più di un semplice atto legislativo: è un test della volontà politica dei Democratici di affrontare una delle questioni più divisive e umanitarie della politica estera americana. Mentre la crisi a Gaza si aggrava e le voci di protesta si moltiplicano, il Senato americano si trova di fronte a una scelta storica. A prescindere dall’esito del voto, resta evidente che la pressione per una politica estera più equa e rispettosa dei diritti umani è destinata a crescere, alimentata da un’opinione pubblica sempre più critica verso il ruolo degli Stati Uniti nei conflitti internazionali.
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