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Europa sotto assedio (interno): come crisi e guerra alimentano la deriva federale

Mentre a Washington torna a farsi strada la vecchia e disillusa Realpolitik — quella che guarda ai rapporti di forza più che ai proclami — in Europa, scrive Éric Denécé (direttore del CF2R, Centre Français de Recherche sur le Renseignement), sembra che la rotta segua direzioni opposte: più ideologia, meno realismo, e soprattutto, più silenzio sul vero obiettivo della gestione bellicista del conflitto ucraino — l’avanzamento silenzioso del federalismo europeo.

È questa la tesi principale di Denécé nel suo editoriale n.68, pubblicato a marzo 2025. Un testo denso, diretto, che denuncia l’uso strumentale della guerra per modificare l’architettura politica dell’Unione europea, senza alcun mandato popolare, e spesso a danno degli stessi interessi nazionali degli Stati membri.Link originale: https://cf2r.org/editorial/guerre-dukraine-et-menace-russe-pretextes-dune-marche-forcee-vers-le-federalisme-europeen

Trump guarda a Putin, l’UE guarda altrove

Nel cuore dell’analisi di Denécé c’è la constatazione che Donald Trump — di nuovo proiettato alla Casa Bianca — abbia intuito il fallimento della strategia democratica di logoramento della Russia. La guerra, afferma Denécé, “ne mène à rien” (non porta a nulla), se non all’erosione dell’economia europea. E Trump, pragmatico, guarda già oltre: propone un “deal” con Mosca, forse perfino una collaborazione nello sviluppo del Donbass e della Crimea. Per lui — osserva l’autore — è inaccettabile che le risorse russe finiscano in Cina.

Al contrario, gli europei — soprattutto Parigi, Berlino e Bruxelles — sembrano voler raddoppiare la posta. Perché? Denécé fornisce tre chiavi di lettura:

 I vassalli del “deep state” democratico

Secondo Denécé, le élite europee starebbero proseguendo la strategia dei neoconservatori americani — l’“ancien régime” dell’era Biden — anche dopo il loro tracollo elettorale. Pur essendo ormai “hors-jeu” a Washington, questi gruppi influenzerebbero ancora la politica internazionale attraverso i partner europei, ormai del tutto integrati in una catena di comando atlantista.

E cita un paradosso: l’Europa ha sostenuto l’invasione dell’Iraq nel 2003, ha legittimato il golpe di Maidan nel 2014, ha ignorato la repressione nel Donbass, e oggi si mostra più radicale degli USA contro Mosca — una potenza che, ricorda Denécé, “non aveva mai manifestato ostilità nei loro confronti”.

 La paura come strumento di potere

La seconda spiegazione ha a che fare con la gestione interna del consenso. Denécé è chiaro: la crisi militare e l’inflazione alimentano una narrazione di minaccia che consente ai governi europei — Macron in testa — di rinviare l’appuntamento con la sconfitta politica. Il timore del “pericolo russo” — totalement inventé dans ce but (completamente inventato a tale scopo), scrive — tiene sotto pressione l’opinione pubblica, giustifica ogni misura e soffoca il dissenso.

Il danno però è concreto: la rottura con la Russia ha provocato inflazione, crisi energetica e una drammatica dipendenza dagli Stati Uniti, soprattutto in settori strategici come GNL e difesa.

Cieca ideologia e negazione del reale

C’è infine una terza motivazione: la disconnessione profonda tra le élite europee e la realtà geopolitica. Denécé parla di cécité ou incompétence (cecità o incompetenza) e accusa molti leader di inseguire miti ideologici scollegati dai fatti, convinti della propria legittimità morale mentre il mondo intorno cambia direzione.

L’Europa federale: obiettivo non dichiarato

Secondo Denécé, è proprio all’ombra di queste crisi (COVID, guerra, inflazione) che l’UE starebbe portando avanti una trasformazione federale mascherata, senza consultazione né consenso.

Già dalla crisi del 2008, la BCE ha superato limiti statutari, attivando il Quantitative Easing. Poi, con il COVID, sono arrivati 700 miliardi di debito comune, formalmente garantiti dagli Stati della zona euro, ma di cui beneficiano anche Paesi che non sono vincolati al rimborso.

Ora, spiega l’autore, il piano è chiaro: emettere nuovo debito, digitalizzare l’euro, e spingere per una moneta davvero “comune”, non più nazionale. In questo modo, i singoli Stati perderebbero ogni autonomia monetaria e fiscale. L’indebitamento diventa leva per il controllo politico.

L’opinione pubblica? Ignorata o manipolata

Denécé documenta come la Commissione europea finanzi direttamente ONG, media e associazioni che diffondono la narrativa federalista, soffocando ogni voce dissidente. Un’inchiesta citata (Thomas Fazi, The EU’s Propaganda Machine, MCC, Bruxelles 2025) mostra come questi fondi siano destinati solo a soggetti allineati all’obiettivo dell’integrazione europea. Una strategia, denuncia l’autore, che usa la società civile per bypassare i meccanismi democratici, trasformando l’UE in un organismo autoreferenziale e sempre meno legittimo.

Tra censure, abusi e golpe strisciante

Nel capitolo forse più allarmante, Denécé elenca azioni concrete di natura autoritaria:

  • boicottaggio delle opposizioni (Orban, Fico, Meloni);
  • sostegno a colpi di mano elettorali in Moldavia e Romania;
  • il caso Ursula von der Leyen: una presidente “senza mandato democratico diretto” che si comporta come una “gauleiter” della difesa europea, pur non avendo alcuna competenza formale in materia.

Tutto questo, sostiene Denécé, disegna una deriva autoritaria e centralizzante, che legittima l’uso del termine provocatorio ma significativo: UERSS.

Una guerra per fare l’Europa — non per difendere l’Ucraina

La conclusione di Denécé è netta: “Nous sommes clairement en présence d’une stratégie consistant à faire l’Europe par les crises, la monnaie et la guerre” — “siamo chiaramente di fronte a una strategia per fare l’Europa attraverso crisi, debito e guerra”.

La guerra in Ucraina, quindi, non sarebbe più (se mai lo è stata) una questione di solidarietà o difesa. È uno strumento funzionale a un progetto istituzionale, perseguito da élite che non si riconoscono nei popoli che governano. In nome della pace, si alimenta la guerra. In nome della democrazia, si cancella il dissenso.

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