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Di fronte a Mosca, l’Europa in un vicolo strategico

Celebrata come prova di unità e di forza, la politica europea a sostegno dell’Ucraina nasconde una contraddizione che diventa ogni giorno più pesante: per prolungare una guerra che, nei fatti, non può essere sostenuta senza il supporto degli Stati Uniti, l’Europa ha finito per consegnarsi a Washington. La domanda non è più se resistere a Mosca. La domanda è a quale prezzo l’Europa si è resa dipendente dal proprio alleato, e con quale margine reale per imporre una linea propria quando arriverà il momento del negoziato.

Perché il punto è questo: sostenere Kiev senza una strategia autonoma significa accettare che la strategia la scriva qualcun altro. E quando la scrive qualcun altro, non sempre coincide con gli interessi europei, né con la loro idea di sicurezza.

La pace “prima dell’anniversario” e l’effetto boomerang

Nelle cancellerie europee si è cercato a lungo di difendere una posizione apparentemente limpida: evitare di premere su Kiev perché accetti compromessi territoriali, per non creare un precedente che incoraggerebbe la Russia a tornare a spingere domani. È una logica che ha un senso: se concedi sotto pressione, insegni che la pressione paga. Eppure questa fermezza ha un rovescio: più la guerra si prolunga, più l’Europa dipende dall’unico attore che può garantire continuità di armi, intelligence e copertura politica. Quell’attore non è Bruxelles. È Washington.

La conseguenza è un paradosso che si vede ormai a occhio nudo: l’Europa dice di voler impedire che la Russia imponga condizioni, ma si ritrova a subire le condizioni del proprio principale fornitore di sicurezza. E quando la politica europea scopre che la sicurezza è diventata un servizio acquistato, si accorge anche che il fornitore detta le clausole.

Il documento in ventotto punti e la paura del “piano già scritto”

La tensione è esplosa quando, secondo più fonti diplomatiche, ha cominciato a circolare nelle capitali europee un documento di lavoro in ventotto punti attribuito all’inviato speciale statunitense Steve Witkoff. Non è tanto importante come lo si etichetti: bozza, ipotesi, proposta. Conta l’effetto politico: ha fatto capire agli europei che, mentre loro discutevano su “linee rosse” e “tenuta del fronte”, a Washington si ragionava già su un pacchetto complessivo, con la pretesa implicita di presentarlo come quadro di riferimento.

La bozza, per come è stata descritta in ambienti informati, avrebbe due pilastri che corrispondono a ciò che la Russia chiede da anni: la non adesione dell’Ucraina alla NATO e l’accettazione di un assetto territoriale che cristallizzi, almeno in parte, i risultati militari russi. Dentro quel quadro compaiono anche elementi che, presentati come “realismo”, suonano in Europa come resa mascherata: il ritiro delle truppe ucraine da parti delle regioni di Donetsk e Luhansk, la creazione di una zona smilitarizzata, il riconoscimento di fatto come territorio russo non solo della Crimea ma anche di quelle regioni.

Al tempo stesso, la bozza conterrebbe concessioni che sembrano pensate per essere vendute come “equilibrate”: l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea, l’assenza di alcuni capitoli ideologici che avevano pesato nei primi mesi della guerra, e un ridimensionamento di richieste simboliche che Mosca aveva agitato in passato. Ma la bilancia, nel complesso, apparirebbe inclinata: soddisfa molte condizioni utili a Mosca, senza garantire una sicurezza europea stabile.

Non è capitolazione, ma è una vittoria russa

Gli europei, in queste discussioni, cercano spesso una formula che li salvi: “non è una capitolazione”. Tecnicamente può essere vero. Perché una capitolazione implica lo smantellamento totale, mentre qui si parla di congelamento e di accordi. Ma la politica internazionale non vive di definizioni notarili: vive di percezioni e risultati. Un piano che impedisce a Kiev di entrare nella NATO e riconosce di fatto a Mosca territori conquistati è, nella sostanza, una vittoria russa. E chi lo firma se ne porta addosso la responsabilità storica, anche se lo chiama “realismo”.

C’è poi un dettaglio che rende la bozza ancora più problematica per l’Europa: la gestione delle riserve russe congelate. Secondo ricostruzioni circolate nei circuiti diplomatici, una parte di quei fondi verrebbe destinata alla ricostruzione dell’Ucraina, ma con una struttura di controllo e di ritorni economici che avvantaggerebbe Washington, fino a prevedere una quota rilevante sui profitti degli investimenti futuri. L’altra parte, sempre secondo queste versioni, verrebbe indirizzata a progetti russo-statunitensi, in particolare nel settore energetico. Tradotto: l’Europa congela, l’America gestisce, la Russia negozia. È una geometria che spiega perché nelle capitali europee il malessere sia diventato palpabile.

Il tentativo europeo di “tirare Washington a una linea dura” e il fallimento

Di fronte a quel rischio, Germania, Francia e Regno Unito hanno provato a costruire un contro–quadro, presentando un documento alternativo e rifiutando, almeno formalmente, di bloccare l’adesione ucraina alla NATO. È un modo per dire a Mosca: non potete ottenere tutto. E un modo per dire a Washington: l’Europa non può firmare una soluzione che la mette in pericolo domani.

Ma qui sta l’altra contraddizione: gli europei presentano controprogetti sapendo che Mosca li respingerà, e lo fanno anche sapendo che, senza Washington, quei controprogetti restano carta. È l’immagine perfetta della dipendenza: per opporsi al piano americano, devi convincere l’America. Se non ci riesci, resti con il dissenso e senza la leva.

Non a caso, quando alcuni di quei punti “duri” sono riemersi in una versione successiva attribuita a Volodymyr Zelensky, qualcuno in Europa ha creduto di avere finalmente spostato Washington. Ma poi un vertice politico, a Parigi, ha mostrato la realtà: gli statunitensi non avrebbero firmato la dichiarazione finale. Un gesto che, in diplomazia, vale più di cento comunicati: significa “questa non è la nostra linea”.

I soldi della guerra: l’idea proibita dei beni russi

Mentre la partita politica si complicava, l’Europa cercava la soluzione più difficile: trovare finanziamenti per consentire all’Ucraina di continuare a combattere “il tempo necessario”. È qui che entra in scena l’idea, tanto logica quanto esplosiva, di utilizzare i beni russi congelati in Europa, circa 210 miliardi di euro secondo stime ricorrenti nei dossier europei, con una parte significativa concentrata in Belgio, nel cuore della grande custodia finanziaria internazionale.

Ma questa ipotesi urta contro un tabù: l’immunità sovrana. Confiscare beni di uno Stato con cui non sei formalmente in guerra per trasferirli a uno Stato che non fa parte dell’Unione europea significa aprire una frattura nel diritto internazionale e nel sistema finanziario. È un’operazione che può avere conseguenze a catena: sul ruolo delle piazze finanziarie europee, sulla fiducia dei grandi investitori, e perfino sulla capacità dell’Europa di presentarsi come spazio di certezza giuridica.

Non sorprende che i paesi più esposti a ritorsioni, come il Belgio, si siano mostrati contrari, e che anche Italia abbia espresso resistenze. La Francia, secondo varie letture, si è trovata in una posizione più ambigua: politicamente favorevole a un gesto forte, ma consapevole del rischio sistemico. L’idea della confisca, così, è stata accantonata o rinviata, sostituita da strumenti più “digeribili”: prestiti, garanzie, uso degli interessi generati dai beni congelati, ingegnerie finanziarie che permettono di dire “non stiamo sequestrando”, mentre di fatto si trasformano risorse immobilizzate in capacità di spesa.

L’articolo 122 e la federalizzazione strisciante

La guerra ha prodotto anche un effetto collaterale dentro l’Unione europea: l’abitudine all’emergenza. E l’emergenza, in Europa, significa spesso aggirare i veti. Da qui la tentazione di usare clausole che consentono decisioni a maggioranza qualificata su misure urgenti, riducendo la capacità dei singoli Stati di bloccare iniziative comuni.

In teoria è efficienza. In pratica è un passo ulteriore verso una federalizzazione strisciante: si decide perché “bisogna”, e poi si scopre che quel modo di decidere resta. La guerra, così, non cambia solo l’Ucraina: cambia il funzionamento dell’Europa. E lo fa con la forza dell’eccezione che diventa regola.

L’adesione accelerata: entrare senza contare

Per rendere sostenibile politicamente il sostegno a Kiev, la Commissione europea lavora anche su un’altra leva: la prospettiva dell’adesione. Ma qui riappare la contraddizione in forma nuova. L’adesione, nell’architettura europea, è tradizionalmente un processo meritocratico, lungo, scandito da riforme, verifiche, capitoli negoziali. L’Ucraina, però, è un Paese in guerra, con istituzioni sotto pressione e ombre di corruzione che non possono essere ignorate. Accelerare significa scegliere: o abbassi i criteri, o inventi un modello intermedio.

Ed ecco l’ipotesi più controversa: una forma di ingresso “a potere ridotto”, con accesso graduale a parti del mercato unico, alle politiche agricole, ai fondi strutturali, ma con limitazioni nei diritti di voto e nella piena partecipazione decisionale nelle prime fasi. È un’idea che serve a dire: vi stiamo facendo entrare. Ma porta con sé un rischio: creare un membro di serie B, legato all’Europa ma senza piena voce, e comunque già inserito in un quadro di sicurezza collettiva che potrebbe trascinare gli Stati membri verso un confronto diretto con la Russia.

Il nodo finale: sicurezza europea senza domanda fondamentale

C’è una frase che riassume la cecità di fondo: nessun dirigente europeo ha ancora posto davvero la domanda decisiva. La guerra in Ucraina affonda anche nelle dinamiche dell’allargamento a est della NATO e nell’incapacità dell’Europa di costruire una propria architettura di sicurezza credibile. Se l’Alleanza atlantica mostra segni di logoramento e se gli Stati Uniti ragionano sempre più in base ai propri cicli politici interni, l’Europa ha due strade: continuare a delegare, oppure aprire una discussione reale su una nuova architettura della sicurezza europea.

Ma una nuova architettura implica uno scambio. E allora la domanda, quella vera, è questa: se l’Europa decidesse di affrontare seriamente la questione, cosa potrebbe offrire a Mosca in cambio di un assetto più stabile? E cosa sarebbe disposta a non offrire, anche se la pressione americana o l’ansia economica lo rendessero conveniente?

Finché questa domanda non verrà formulata, l’Europa resterà nel vicolo: forte nei comunicati, dipendente nei fatti, e vulnerabile nel momento in cui la guerra dovesse trasformarsi in trattativa. Perché una trattativa la vinci quando hai leve. E oggi le leve principali non sono a Bruxelles. Sono a Washington.

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