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Dalla diplomazia degli ostaggi alla diplomazia della cartolina di Jean Daspry

https://cf2r.org/tribune/de-la-diplomatie-des-otages-a-la-diplomatie-de-la-carte-postale/

“Tutto è cultura”, dichiarava con il lirismo che lo caratterizzava il ministro della Cultura Jack Lang il 17 novembre 1981! Oggi si potrebbe trasporre questa formula alla sfera diplomatica affermando urbi et orbi: “Tutto è diplomazia”. 

Infatti, il campo della diplomazia continua a espandersi verso ambiti sempre più diversificati. I media, sempre attratti da semplificazioni linguistiche, ci bombardano con termini come diplomazia femminista, religiosa, del megafono, del bluff, dello sport, della gastronomia, del gusto (buono o cattivo?), della musica, del panda… Tuttavia, c’è un concetto che viene raramente utilizzato, salvo in casi specifici: quello di diplomazia degli ostaggi. È vero che ci sono Stati, come l’Iran e i suoi affiliati, o la Russia, che non esitano a praticare questa strategia per raggiungere i propri obiettivi. Per affrontare il problema, è necessario innanzitutto qualificare i fatti e gli autori, oltre che il reato e la sanzione.

QUALIFICAZIONE DEI FATTI E DEGLI AUTORI

È necessario interrogarsi sul modus operandi e sui principali responsabili delle prese di ostaggi.

IL MODUS OPERANDI

La presa di ostaggi è un metodo antico quanto il mondo. Ma di cosa stiamo parlando esattamente? Qual è la definizione di “ostaggio”? Secondo il Petit Robert, un ostaggio è una “persona consegnata o trattenuta come garanzia, o detenuta per ottenere ciò che si esige”. Nonostante l’ostaggio sia una figura ricorrente nella storia e nell’attualità, è poco studiato. Questo rappresenta un’area cieca sia nell’approccio concettuale delle relazioni internazionali sia nella pratica diplomatica. Perché? Gli Stati vittime di prese di ostaggi (spesso i Paesi occidentali) preferiscono – per ragioni spesso comprensibili – affrontare il problema caso per caso e con discrezione, invece di adottare una strategia globale e di lungo termine. Tuttavia, queste due modalità non sono in contraddizione: potrebbero essere complementari, a patto di avere un’idea chiara della strategia generale da adottare contro gli Stati responsabili.

I RESPONSABILI

Nel “Pantheon” delle prese di ostaggi, due Stati occupano un posto di rilievo: la Russia e l’Iran. La Russia eccelle in questa pratica, volta a ottenere la liberazione di autentici criminali dalle carceri occidentali, come il traffico d’armi Viktor Bout, scambiato nel 2022 con la cestista americana Brittney Griner. Questa strategia si rivela spesso efficace, come dimostrano i recenti scambi di prigionieri tra la Russia e diversi Stati occidentali.

Anche l’Iran adotta con costanza la strategia delle prese di ostaggi. Questo Stato, definito un “grande perturbatore” per le sue azioni destabilizzanti in Medio Oriente, non esita a detenere cittadini stranieri per fare pressione sui suoi avversari occidentali. Inoltre, Teheran si avvale dei suoi affiliati locali (come Hezbollah) per ampliare il proprio raggio d’azione. Un esempio recente è l’arresto in Algeria dello scrittore Boualem Sansal, visto come una ritorsione contro la Francia.

QUALIFICAZIONE DEL REATO E SANZIONE

Di fronte a una diplomazia passiva, gli Stati vittime dovrebbero adottare una strategia più proattiva.

LA DIPLOMAZIA DELL’INERZIA

Nella dinamica delle prese di ostaggi, le democrazie occidentali appaiono spesso impreparate a fronteggiare Stati che non rispettano alcun principio umanitario. Questi Paesi scelgono una politica di appeasement, evitando il principio di reciprocità e subendo i colpi di regimi “canaglia”. Un esempio emblematico è la dichiarazione congiunta del G7 (20 ottobre 2024), che chiede all’Iran di cessare il sostegno a Hezbollah, Hamas e ai ribelli Houthi: un approccio basato più sulla carota che sul bastone, inefficace con regimi che comprendono solo il linguaggio della forza.

LA DIPLOMAZIA DELLA CARTOLINA

Nulla è peggiore che dare l’impressione di essere impotenti di fronte a Stati autori di prese di ostaggi. È essenziale che la risposta a questo fenomeno sia plurale e dissuasiva. Tra le misure utili: denunciare pubblicamente ogni caso di presa di ostaggi (naming and shaming); adottare azioni di reciprocità, come limitazioni sui visti per i cittadini degli Stati responsabili; trasmettere messaggi chiari tramite i servizi di intelligence; e, soprattutto, applicare sanzioni economiche efficaci, colpendo ad esempio gli accordi commerciali tra l’Unione Europea e tali Paesi.

LA VERITÀ INCONCEPIBILE

“Il Signore ride di chi si lamenta degli effetti delle cause che ama”, diceva Jacques-Bénigne Bossuet. Questo paradosso descrive perfettamente l’approccio “debole” delle democrazie alla questione delle prese di ostaggi. In un mondo dove il ritorno alla logica della forza è evidente, è dannoso mostrare debolezze di fronte a chi è disposto a giocare sporco. È tempo di smettere di nascondersi dietro parole vuote e affrontare la realtà. Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo costruire un futuro migliore, accettando di vivere in un mondo pericoloso senza subirlo passivamente.

Lottare con la “diplomazia della cartolina” contro la “diplomazia degli ostaggi” potrebbe sembrare un’utopia. Ma è forse l’unica risposta efficace per ripristinare un equilibrio di forza e dignità nelle relazioni internazionali.

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