La distruzione di Serapide e l’intolleranza jihadista: quando la religione cancella la cultura
Le rovine di un tempio abbattuto e i manoscritti antichi ridotti in cenere raccontano molto più della violenza che li ha distrutti: parlano del conflitto eterno tra cultura e potere, tra diversità e dogmatismo, tra chi costruisce ponti e chi li abbatte. Il caso del tempio di Serapide ad Alessandria nel 392 d.C. e la distruzione sistematica del patrimonio culturale in Medio Oriente da parte degli integralisti islamici contemporanei non sono solo due episodi di vandalismo. Sono capitoli della stessa storia: quella di un potere fragile che teme il passato e, per imporsi, lo cancella.
Il cristianesimo contro Serapide: una religione che si afferma con la forza
Nella seconda metà del IV secolo, l’Impero romano viveva un cambiamento epocale. Il cristianesimo, da religione perseguitata, era diventato la fede dominante, sostenuta da un’imponente macchina statale. Con Teodosio I (379-395), il cristianesimo non solo si impose come religione ufficiale, ma iniziò una campagna sistematica contro le credenze e le tradizioni pagane. Il tempio di Serapide ad Alessandria, uno dei simboli più splendenti della cultura ellenistico-egiziana, divenne il bersaglio perfetto di questa nuova religione che voleva consolidare il proprio dominio.
Il tempio, detto Serapeo, non era solo un luogo di culto: era un centro culturale e scientifico. Le biblioteche che vi si trovavano custodivano il sapere accumulato in secoli di storia. La statua di Serapide, imponente e preziosa, univa simbolicamente il mondo greco e quello egiziano. Era il simbolo di una città – Alessandria – che aveva fatto della multiculturalità la sua forza.
Nel 392, però, quella forza fu abbattuta con le asce. Guidati dal vescovo Teofilo, i cristiani marciarono sul tempio con una violenza che non risparmiò nulla. Le colonne di marmo, le pareti dorate, le statue d’avorio e d’oro furono distrutte. La statua di Serapide, che molti credevano sacra, fu decapitata e bruciata davanti alla folla. Le biblioteche, già in parte colpite durante le guerre precedenti, subirono l’ultimo colpo: migliaia di manoscritti andarono perduti per sempre.
La distruzione del tempio di Serapide non fu un episodio isolato. In tutto l’Impero romano, i cristiani abbatterono templi, demolirono statue e chiusero scuole filosofiche. Non fu solo una guerra religiosa: fu una guerra culturale. La vecchia cultura, quella del politeismo greco-romano, doveva essere cancellata per far spazio a un nuovo ordine. Non si trattava solo di venerare un nuovo dio, ma di eliminare qualsiasi traccia di un passato che poteva minare l’autorità della Chiesa e dell’Impero cristianizzato.
Il jihadismo contemporaneo: la guerra contro la cultura
Se torniamo al XXI secolo, troviamo una dinamica simile. I gruppi islamisti come l’ISIS, i Talebani e Al-Qaeda hanno fatto della distruzione del patrimonio culturale una parte centrale della loro ideologia. Come i cristiani del IV secolo, anche i jihadisti considerano i simboli del passato una minaccia alla loro visione del mondo.
Nel 2001, i Talebani distrussero i Buddha di Bamiyan, due colossi di pietra che avevano vegliato per 1500 anni sulla valle omonima in Afghanistan. Erano simboli del buddismo, ma anche della capacità dell’umanità di creare bellezza. I Talebani li abbatterono perché li consideravano “idoli”, ma anche perché rappresentavano una cultura diversa da quella che volevano imporre.
Nel 2015, l’ISIS distrusse Palmira, uno dei siti archeologici più importanti del mondo. I templi, le colonne e le statue furono abbattuti con le ruspe o fatti esplodere con la dinamite. A Mosul, in Iraq, l’ISIS rase al suolo le statue assire e bruciò la biblioteca della città, che conteneva manoscritti antichi e rari. A Timbuctù, in Mali, i jihadisti di Al-Qaeda incendiarono le biblioteche che custodivano i manoscritti della tradizione islamica africana.
Anche in questi casi, la distruzione non era solo un atto religioso. Era un messaggio politico. Distruggendo statue e libri, i jihadisti affermavano il loro potere e cancellavano le tracce di un passato che poteva ispirare resistenza o orgoglio culturale. I templi di Palmira e i manoscritti di Timbuctù rappresentavano una diversità che l’ideologia jihadista non poteva tollerare.
Cristiani e jihadisti: due facce dello stesso fanatismo
Sia nel IV secolo che nel XXI, la distruzione di templi e biblioteche è stata accompagnata da un’ideologia che giustificava la violenza con la “purezza” religiosa. I cristiani del IV secolo parlavano di “idoli” e di “demoni”, proprio come i jihadisti parlano di “infedeli” e di “apostasia”. In entrambi i casi, l’intolleranza non si limita a distruggere il diverso: cerca di cancellarlo dalla storia.
Ma c’è un elemento in più: il rapporto con la cultura. I templi di Serapide e Palmira, le biblioteche di Alessandria e Timbuctù non erano solo luoghi di culto, ma centri di sapere. Distruggerli significava attaccare la cultura stessa. Come ha osservato lo storico Luciano Canfora, “il rogo dei libri è parte della cristianizzazione”. Lo stesso vale per il jihadismo: la distruzione delle biblioteche di Mosul o dei manoscritti di Timbuctù è una guerra non solo contro il passato, ma contro il futuro.
Il prezzo della distruzione
La distruzione del tempio di Serapide privò Alessandria della sua anima. I filosofi e gli intellettuali abbandonarono la città, lasciandola in uno stato di desolazione culturale. Allo stesso modo, la distruzione di Palmira, Mosul e Timbuctù ha impoverito non solo le popolazioni locali, ma l’intera umanità.
Il messaggio è chiaro: l’intolleranza distrugge. Distrugge le statue, i libri, i templi. Ma distrugge anche le società che li producono, privandole della loro storia e del loro futuro.
Forse il più grande insegnamento che possiamo trarre da questi episodi è che la cultura non è un lusso, ma una necessità. Distruggerla significa distruggere ciò che ci rende umani. Ed è un prezzo che non possiamo permetterci di pagare, né ieri né oggi.
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