La cattura regolatoria: il controllato che controlla il controllore
È un gioco delle tre carte, una sceneggiata che si ripete da decenni: chi dovrebbe vigilare finisce per essere vigilato, chi dovrebbe regolamentare diventa il burattino dei regolati. Si chiama regulatory capture, o cattura regolatoria, ma potremmo tradurlo con “il controllore in cattività”. Funziona così: le grandi imprese, quelle che in teoria dovrebbero sottostare alle regole, in pratica le scrivono. Come? Offrendo favori, tangenti, poltrone ben imbottite e promesse di incarichi futuri ai legislatori. Il risultato è un’autorità di vigilanza che non vigila, ma si allinea docilmente agli interessi di chi dovrebbe controllare. Un meccanismo rodato, tanto che le lobby delle banche ormai scrivono direttamente le leggi per loro conto.
Glass-Steagall: un muro crollato sotto i colpi della finanza
Era il 1933 quando il Congresso americano si inventò la Glass-Steagall Act: una legge che separava le banche commerciali da quelle d’investimento, come per dire “tu fai la cassaforte per i risparmi della gente, tu invece gioca pure alla roulette finanziaria, ma senza mischiare i due mestieri”. Una barriera solida, almeno fino agli anni Novanta, quando i soliti noti – gli uomini di Wall Street prestati alla politica – decisero che era ora di abbatterla. Guidati da Robert Rubin, ex Goldman Sachs e allora ministro dell’Economia di Clinton, riuscirono a cancellare la Glass-Steagall nel 1999. Risultato? Le banche d’investimento si presero i soldi garantiti dal governo, cominciarono a giocarseli in operazioni spericolate e mandarono tutto a gambe all’aria. La fine era scritta fin dall’inizio.
Le porte girevoli: il valzer tra pubblico e privato
La porta girevole tra politica e finanza è una danza senza fine: entri al governo, fai le leggi, poi esci e vai a lavorare per quelli che dovevi regolamentare. Da legislatore diventi lobbista, da lobbista torni legislatore. Un circolo vizioso che si autoalimenta. Prendiamo Rubin, per esempio: abolita la Glass-Steagall, è passato a dirigere Citigroup, una delle banche più potenti del mondo. Quando la banca è affondata, lui si è ritirato con le tasche piene. Poi è rientrato come consigliere di Obama, giusto in tempo per orchestrare il salvataggio della stessa Citigroup con i soldi pubblici. E così il cerchio si chiude, sempre a spese dei cittadini.
Lobby e think tank: gli architetti dell’influenza
Negli anni Settanta, quando le lobby cominciarono a spuntare come funghi, gli industriali capirono che per ribaltare le regole del gioco servivano due cose: denaro e idee. Il denaro serviva a finanziare campagne elettorali sempre più costose, le idee a costruire una narrativa. Così nacquero think tank come l’Heritage Foundation, fabbriche di ideologie pronte all’uso. Lo scopo? Deregolamentare tutto, smantellare quel poco di stato sociale rimasto, e ridurre le tasse per i più ricchi. Una strategia precisa, orchestrata a colpi di propaganda e assegni a sei zeri.
La deregolamentazione: il grande bluff del libero mercato
Gli anni del New Deal avevano messo un freno alla giungla del capitalismo selvaggio. Con regole chiare, i tracolli finanziari erano quasi spariti. Poi arrivarono gli anni Settanta, e con loro l’ossessione per la deregolamentazione. Reagan, negli anni Ottanta, spinse l’acceleratore: le regole furono demolite una dopo l’altra, con il risultato che le crisi tornarono a proliferare come le erbacce. Dal crac della Continental Illinois al Lunedì nero del 1987, fino alla crisi dei risparmi e prestiti. Ogni volta, lo Stato accorreva a salvare le banche con i soldi dei contribuenti. Altro che libero mercato: era un capitalismo di stato per i ricchi, e austerità per tutti gli altri.
Troppo grandi per fallire, troppo potenti per pagare
Oggi le banche non sono solo “troppo grandi per fallire”, ma anche “troppo potenti per finire in galera”. Prendiamo il 2008: la più grande crisi dai tempi della Grande depressione. Le banche, responsabili del disastro, furono salvate dai governi. I cittadini persero case, lavoro, risparmi, ma i banchieri rimasero al loro posto, con bonus milionari. Ormai le regole valgono solo per i deboli. Gli unici casi in cui si punisce qualcuno sono quelli di insider trading, perché danneggiano altre imprese. Se rubi ai cittadini, invece, hai un lasciapassare garantito.
Esternalità e rischi: il sistema che implode su sé stesso
Il sistema finanziario è come un castello di carte: apparentemente solido, ma pronto a crollare al primo soffio di vento. Ogni transazione è pensata per massimizzare il profitto immediato, ignorando gli effetti collaterali. I cosiddetti rischi sistemici, ovvero il pericolo che il crollo di una banca trascini con sé l’intero sistema, sono regolarmente ignorati. E ogni volta che succede – perché succede – lo Stato è lì pronto a rimettere in piedi il castello, solo per vederlo crollare di nuovo.
La truffa della cartolarizzazione
La crisi dei mutui subprime è stata una lezione magistrale di come non fare finanza. Le banche vendevano mutui a persone che non potevano permetterseli, li impacchettavano come “titoli garantiti” e li rivendevano. Una truffa in grande stile, resa possibile da strumenti finanziari così complessi da essere incomprensibili anche per chi li maneggiava. Quando la bolla scoppiò, il conto lo pagarono i cittadini, ancora una volta. Ma i responsabili? Nessuno ha mai pagato davvero.
Neoliberismo: il mercato che governa tutti tranne i potenti
Il neoliberismo è la religione del mercato: lascia che tutto sia deciso dall’offerta e dalla domanda, e lo Stato si faccia da parte. Ma questa regola non vale per tutti. I ricchi e i potenti non vogliono un mercato senza regole: vogliono un mercato che lavora per loro, con lo Stato pronto a intervenire quando qualcosa va storto. È una dottrina vecchia come il capitalismo, ma oggi più evidente che mai. Le crisi non sono incidenti: sono parte del sistema. Un sistema fatto per arricchire pochi e lasciare gli altri con il conto da pagare.
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