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Approfondimenti di politica 

Sommario dei singoli articoli:

1) Arabia Saudita e il paradosso della libertà digitale: un Forum tra contraddizioni e repressioni

L’Arabia Saudita ospiterà il Forum sulla governance di internet, nonostante le sue pratiche repressive contro il dissenso online e le violazioni dei diritti umani. Il caso di Loujain al-Hathloul e la sorveglianza digitale saudita illustrano le contraddizioni del regime. La comunità internazionale si trova di fronte al dilemma di partecipare a un evento che legittima un governo autoritario.

2) Angola: repressione e affari. Quando la libertà si piega agli interessi energetici

Le nuove leggi repressive dell’Angola limitano la libertà di espressione e rafforzano il controllo governativo. Nonostante ciò, il Paese mantiene legami economici stretti con l’Europa, in particolare con l’Italia, grazie alle risorse energetiche. Il dilemma tra interessi economici e diritti umani evidenzia la contraddizione nelle politiche europee.

3) Leonardo, Gaza e le Bugie di Stato: l’Italia, Israele e il Commercio delle Contraddizioni

Un’inchiesta rivela che l’Italia ha continuato a fornire supporto logistico militare a Israele dopo il 7 ottobre 2023, nonostante le dichiarazioni contrarie del governo Meloni. Il supporto aereo alla Israeli Air Force si scontra con il diritto internazionale e aggrava le conseguenze umanitarie nella Striscia di Gaza, lasciando il governo italiano in aperta contraddizione.

4) Eni, Delek Group e Gaza: Petrolio, Diritti e Genocidio

La collaborazione tra Eni e Delek Group, azienda israeliana coinvolta nella repressione dei palestinesi, mette in evidenza l’assenza di scrupoli etici nel settore energetico. Accordi sul petrolio e il gas rafforzano il regime israeliano, mentre ONG e attivisti denunciano le complicità dell’azienda italiana nelle violazioni dei diritti umani.

5) Azerbaigian: Repressione, Corruzione e Complicità Internazionali

Alla vigilia della COP29, l’Azerbaigian intensifica la repressione contro dissidenti e giornalisti. Gubad Ibadoghlu, accademico e attivista anticorruzione, diventa il simbolo di una lotta contro un regime corrotto e autoritario. Nonostante ciò, il Paese rimane un partner strategico per l’Europa grazie alle risorse energetiche, a scapito dei diritti umani.

6) Oro in volo: speculazioni, fondi e risparmiatori italiani a rischio

Il prezzo dell’oro raggiunge un nuovo record, spinto da speculazioni finanziarie orchestrate dai grandi fondi d’investimento come Vanguard e BlackRock. In Italia, i risparmiatori vengono attratti dagli ETF, rischiando di subire le conseguenze di una bolla speculativa. Le nuove regole fiscali penalizzano i piccoli investitori, mentre la grande finanza prospera.

7) Haditha: il massacro dimenticato e la ricerca della verità

Un’inchiesta del podcast In the Dark riporta alla luce il massacro di Haditha del 2005, in cui 24 civili iracheni furono uccisi dai marines americani. Foto inedite e testimonianze dei sopravvissuti rivelano l’orrore del crimine e le lacune del sistema di giustizia militare americano. La vicenda è un monito sulle conseguenze dell’impunità.

1)Arabia Saudita e il paradosso della libertà digitale: un Forum tra contraddizioni e repressioni

Dal 15 al 19 dicembre, l’Arabia Saudita ospiterà il Forum annuale sulla governance di internet, un evento globale che promette di affrontare temi cruciali come i diritti umani nell’era digitale, la privacy e la regolamentazione delle piattaforme online. Una sede insolita e contraddittoria, se si considera che il Regno saudita è al centro di critiche internazionali proprio per le violazioni dei diritti umani e la repressione sistematica del dissenso, spesso esercitata attraverso il controllo capillare della rete.

 Un Paese, due volti Da un lato, l’Arabia Saudita si presenta come una nazione in rapida modernizzazione sotto la guida del principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS). Il piano “Vision 2030” punta a diversificare l’economia, promuovere la tecnologia e attrarre investimenti stranieri. Eventi di rilievo internazionale come il Forum sulla governance di internet sono funzionali a rafforzare questa immagine di apertura e progresso.

Dall’altro lato, però, il regno continua a essere un terreno ostile per chiunque osi mettere in discussione le politiche del governo. Quaranta organizzazioni non governative, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, hanno denunciato quello che definiscono un “atto di ipocrisia”, evidenziando come l’Arabia Saudita utilizzi proprio la rete come strumento di repressione.

Secondo i rapporti di queste Ong, il governo saudita controlla rigidamente l’accesso a internet, sorveglia gli attivisti e utilizza sofisticati strumenti di spyware per identificare e mettere a tacere le voci critiche. Blogger, giornalisti e difensori dei diritti umani sono frequentemente arrestati, incarcerati o fatti sparire.

Il caso di Loujain al-Hathloul e altri dissidenti

Un esempio emblematico è il caso di Loujain al-Hathloul, attivista per i diritti delle donne, arrestata e torturata per aver utilizzato i social media per promuovere il diritto delle donne a guidare e l’abolizione del sistema di tutela maschile. Sebbene sia stata rilasciata nel 2021, la sua libertà è fortemente limitata, e il governo monitora costantemente le sue attività online.

Questo modello repressivo non si limita ai confini nazionali. Il caso dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, avvenuto nel consolato saudita a Istanbul nel 2018, ha dimostrato come il regime sia disposto a estendere la sua mano anche oltre i confini del regno per eliminare le voci dissenzienti. Khashoggi, che utilizzava le piattaforme digitali per criticare il regime, è stato vittima di una delle operazioni più brutali e simboliche del controllo autoritario.

Governance digitale o strumento di potere?

La presenza dell’Arabia Saudita come sede di un forum sulla governance di internet solleva interrogativi legittimi. Cosa significa davvero “governance digitale” in un contesto in cui internet è utilizzato non come spazio di libertà, ma come strumento di controllo? E quali messaggi invia la comunità internazionale partecipando a un evento ospitato da un regime noto per la repressione?

Il forum rappresenta una vetrina strategica per il governo saudita, che cercherà di rafforzare la sua immagine internazionale. Tuttavia, rischia di trasformarsi in un’occasione persa per affrontare le questioni più urgenti legate ai diritti digitali e alla libertà d’espressione. I temi del dibattito, come la regolamentazione delle piattaforme online e la lotta alla disinformazione, rischiano di essere svuotati di significato se non si affronta il problema fondamentale della repressione governativa.

La comunità internazionale: un equilibrio precario

Le reazioni della comunità internazionale a questo evento evidenziano un equilibrio delicato. Da un lato, molti Paesi vedono nel Regno un partner economico e strategico, soprattutto per la sua influenza energetica e geopolitica. Dall’altro, la partecipazione a un forum di questo tipo rischia di legittimare indirettamente le pratiche repressive del regime.

Organizzazioni come le Nazioni Unite, promotrici del Forum sulla governance di internet, devono confrontarsi con il dilemma morale di collaborare con un governo che mina i principi stessi che il forum intende promuovere. L’obiettivo di garantire una rete più equa, sicura e rispettosa dei diritti umani sembra in aperto contrasto con la realtà saudita.

Conclusioni: la sfida della coerenza

Il Forum sulla governance di internet in Arabia Saudita rappresenta un paradosso che difficilmente potrà essere ignorato. Mentre i partecipanti discuteranno di libertà digitali, nel regno continuano a essere incarcerati coloro che usano la rete per esercitare il diritto di critica.

La vera sfida per la comunità internazionale sarà andare oltre la retorica e affrontare il tema della coerenza tra principi e azioni. Finché le violazioni dei diritti umani continueranno a essere tollerate in nome di interessi economici e politici, eventi come il Forum rischiano di perdere credibilità, trasformandosi in strumenti di propaganda per regimi autoritari.

2)Angola: repressione e affari. Quando la libertà si piega agli interessi energetici

Il 29 agosto 2024, il presidente angolano João Lourenço ha firmato due leggi controverse su vandalismo e sicurezza interna, scatenando un’ondata di critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani. Secondo Human Rights Watch (HRW), queste normative rappresentano un ulteriore passo indietro per la democrazia angolana, restringendo gravemente la libertà di espressione, dei media e di associazione. Ma nonostante la repressione, l’Angola continua a godere di legami privilegiati con l’Europa, in particolare con l’Italia, grazie al suo ruolo chiave come fornitore di gas e petrolio.

Leggi repressive: libertà sotto assedio

Le nuove leggi firmate da Lourenço prevedono pene fino a 25 anni di carcere per chi partecipa a manifestazioni, concedendo al governo il potere di bloccare trasmissioni radiofoniche senza il coinvolgimento dei tribunali. Secondo HRW, queste normative non rispettano gli standard internazionali sui diritti umani, trasformando l’Angola in uno stato sempre più autoritario.

Non è la prima volta che il governo angolano introduce leggi repressive. Già nel 2017, sotto la presidenza di José Eduardo dos Santos, fu approvata una legge sui media che limitava severamente la libertà di stampa e d’opinione. In quell’occasione, così come oggi, il pretesto era il mantenimento dell’ordine pubblico, ma il vero obiettivo era soffocare il dissenso politico e sociale in un Paese con una crescente pressione interna.

Un Paese ricco, un popolo povero

Questa deriva autoritaria si colloca in un contesto economico e sociale estremamente complesso. L’Angola, uno dei maggiori produttori di petrolio dell’Africa, è anche un Paese in cui il divario tra ricchi e poveri continua a crescere. La ricchezza generata dal petrolio e dal gas non ha migliorato significativamente le condizioni di vita della popolazione, ma è stata ampiamente monopolizzata da una classe dirigente accusata di corruzione e nepotismo.

Le proteste contro il governo, spesso organizzate da giovani e attivisti, rappresentano una risposta a questa disuguaglianza sistematica. Tuttavia, con leggi come quelle appena approvate, il governo intende prevenire qualsiasi possibilità di cambiamento, criminalizzando il dissenso e rafforzando il controllo sui mezzi di comunicazione.

L’Italia e l’Angola: il peso degli interessi energetici

Nonostante le critiche sul piano dei diritti umani, l’Angola continua a mantenere relazioni strette con l’Italia. A maggio 2023, João Lourenço ha incontrato a Roma l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, per discutere un aumento delle forniture di gas fossile. L’accordo prevede un incremento di 1,5 miliardi di metri cubi di gas all’anno, confermando l’Angola come un partner strategico per l’Italia nel contesto della diversificazione energetica post-crisi ucraina.

Questa relazione è emblematica di un approccio spesso ambiguo da parte dell’Europa, dove i diritti umani vengono sacrificati sull’altare degli interessi economici. Mentre l’Unione Europea e i suoi Stati membri si presentano come difensori dei valori democratici, la realtà è che i legami economici con regimi autoritari come quello angolano rimangono forti e funzionali.

Il dilemma europeo: diritti o interessi?

La firma di leggi repressive in Angola pone l’Europa di fronte a un dilemma morale e politico. Continuare a sostenere un regime che reprime le libertà fondamentali significa indebolire la credibilità delle sue politiche di promozione della democrazia. Tuttavia, rompere i rapporti con l’Angola comporterebbe rinunciare a una fonte cruciale di energia in un momento in cui l’Europa è alla ricerca di alternative al gas russo.

Le ONG e gli attivisti per i diritti umani chiedono che l’Italia e gli altri partner europei utilizzino il loro peso economico per esercitare pressione sul governo angolano, vincolando gli accordi commerciali a progressi concreti sul fronte dei diritti civili e politici. Ma, come spesso accade, la realpolitik potrebbe prevalere su qualsiasi ambizione morale.

Conclusioni: un futuro incerto

L’Angola si trova a un bivio tra repressione e aspirazioni di cambiamento, ma le nuove leggi dimostrano che il governo di Lourenço non ha alcuna intenzione di allentare la presa sul potere. Mentre l’Europa e l’Italia continuano a fare affari con il regime, il popolo angolano rimane intrappolato in un sistema che privilegia l’élite e silenzia chiunque osi sollevare la testa.

L’approvazione delle leggi su vandalismo e sicurezza interna rappresenta l’ennesimo capitolo di una storia di abusi e ingiustizie. La vera sfida, per l’Italia e per la comunità internazionale, sarà trovare il coraggio di andare oltre i propri interessi economici per sostenere chi lotta per la libertà e la dignità in Angola. Ma la storia recente ci insegna che, quando c’è di mezzo il petrolio, il gas e il denaro, la libertà tende a passare in secondo piano.

3)

Leonardo, Gaza e le Bugie di Stato: l’Italia, Israele e il Commercio delle Contraddizioni

La narrazione ufficiale del governo italiano sulle forniture militari a Israele dopo il 7 ottobre 2023 si sgretola sotto il peso dei fatti, delle cifre e delle dichiarazioni, in primis quelle fornite dalla stessa Leonardo. Un’inchiesta pubblicata da Altreconomia svela ciò che il governo Meloni ha tentato di occultare: l’Italia ha continuato a fornire materiali d’armamento a Tel Aviv, malgrado le promesse roboanti di Antonio Tajani e Guido Crosetto.

Secondo Leonardo, tra le principali aziende di difesa italiane, per il 2024 è previsto un supporto logistico del valore complessivo di sette milioni di euro per la manutenzione e la fornitura di pezzi di ricambio destinati alla flotta di addestratori M-346 consegnati a Israele tra il 2014 e il 2015. Aerei apparentemente innocui, privi di armamenti, ma che rappresentano il cuore dell’addestramento della Israeli Air Force. Sono loro a formare i piloti che guidano i bombardieri sui cieli della Striscia di Gaza, con conseguenze umanitarie devastanti: oltre 41mila morti, 95mila feriti e due milioni di sfollati, secondo le Nazioni Unite.

Le Parole e i Fatti

A gennaio 2024, il ministro Tajani proclamava trionfante che l’Italia aveva “sospeso tutti gli invii di sistemi d’arma o materiale d’armamento di qualsiasi tipo”. Dichiarazioni ribadite e rilanciate dal ministro della Difesa Crosetto, che sui social parlava di “vendite sospese”. Ma era solo fumo negli occhi. A marzo, incalzato in Senato, Crosetto ammetteva che l’export militare era proseguito, giustificandolo con una “valutazione caso per caso” da parte dell’Uama, l’Autorità nazionale per le autorizzazioni dei materiali di armamento.

Le ambiguità non finiscono qui. Tajani, dopo mesi di smentite, ha infine ammesso che le forniture italiane includevano “parti di radio”, autorizzate “pezzo per pezzo”. Insomma, un goffo tentativo di minimizzare: “Una radio non è un missile”. Eppure, con le dichiarazioni di Leonardo, si scopre che non si trattava solo di pezzi di ricambio secondari, ma di un supporto logistico sistematico per aerei che sono un pilastro dell’addestramento militare israeliano.

Le Contraddizioni di Stato

L’intera vicenda pone il governo italiano in aperto contrasto con il diritto internazionale. Come spiegato a Altreconomia da Triestino Mariniello, docente di Diritto penale internazionale, l’Italia potrebbe essere accusata di complicità in atti plausibilmente genocidiari per aver fornito supporto a un Paese che utilizza i suoi mezzi militari per colpire indiscriminatamente la popolazione civile.

A peggiorare il quadro, l’opinione espressa dalla Corte Internazionale di Giustizia a luglio 2024, che ha giudicato le politiche israeliane nei Territori palestinesi occupati come violazioni del diritto internazionale, equiparabili all’apartheid. In questo contesto, l’Italia non solo non ha rispettato il principio di prevenzione, ma ha proseguito nelle forniture, dimostrando totale disinteresse per le ricadute umanitarie.

Leonardo e le Omissioni Governative

Leonardo, nella sua nota ufficiale, conferma che il supporto logistico alla flotta di M-346 è in linea con le normative italiane ed europee, compresa la legge 185/1990 e il Trattato sul commercio delle armi (ATT). Tuttavia, come rilevato da Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio sulle armi leggere (Opal), il problema non è tanto la legalità formale quanto la mancanza di una reale volontà politica di interrompere ogni collaborazione militare con Israele.

Secondo Beretta, “la decisione di sospendere le forniture non dipende dal governo Meloni, che avrebbe dovuto intervenire con un decreto, ma dall’Uama, che ha continuato a rilasciare licenze autorizzate negli anni precedenti”. In altre parole, non c’è mai stata una vera interruzione.

La Beffa Finale

Mentre il governo si affanna a smentire l’evidenza, i tribunali italiani chiudono le porte alle vittime. Salahaldin M. A. Abdalaty, avvocato di Gaza che ha perso sei familiari nei bombardamenti israeliani del 2023, ha promosso una causa contro lo Stato italiano per complicità. Tuttavia, a luglio 2024, il Tribunale civile di Roma ha rigettato il ricorso, dichiarando “infondate” le accuse e mettendo in dubbio l’attendibilità delle statistiche e delle inchieste presentate.

Conclusioni

L’Italia si trova ora a dover rispondere non solo alle famiglie delle vittime di Gaza, ma anche alla comunità internazionale, che potrebbe richiamarla alle sue responsabilità. Le forniture di Leonardo, per quanto apparentemente marginali, gettano una luce inquietante sull’operato del governo Meloni, che non ha avuto il coraggio di assumersi la responsabilità di una scelta chiara: fermare le forniture a un Paese che continua a violare sistematicamente il diritto umanitario.

Le parole di Crosetto e Tajani, così come le dichiarazioni rassicuranti sulla legalità delle operazioni, appaiono ora come l’ennesimo tentativo di mascherare una politica incoerente e priva di scrupoli. Ma la verità, prima o poi, emerge sempre. E questa volta è stata Leonardo stessa a gettare la maschera.

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4)Eni, Delek Group e Gaza: Petrolio, Diritti e Genocidio

La sinergia tra Eni e Delek Group, gigante energetico israeliano nella lista nera delle Nazioni Unite, è un insulto al diritto internazionale e alla dignità umana. Mentre i territori palestinesi sono devastati da un conflitto senza tregua, Eni ha scelto di unirsi a Ithaca Energy, controllata per l’89% da Delek Group. L’obiettivo? Estrarre oltre 100mila barili di petrolio al giorno nel Mare del Nord, fino a raggiungere i 150mila entro il 2030. Il risultato? Profitti per Ithaca trasferiti quasi integralmente a Delek, finanziatore indiretto dell’apartheid e delle operazioni militari di Israele.

Il Gruppo Delek non si limita a fornire carburante alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) ma utilizza le risorse naturali sottratte ai palestinesi per sostenere gli insediamenti illegali nei territori occupati. Eni, nel frattempo, ignora ogni richiamo etico, siglando accordi con un’azienda che contribuisce direttamente alla sistematica violazione dei diritti umani.

Lo scorso luglio, organizzazioni come Greenpeace Italia, Fridays for Future Italia, BDS Italia e Focsiv hanno lanciato una petizione contro la partnership Eni-Delek. Oltre tremila persone hanno chiesto la fine di questo rapporto d’affari “a dir poco controverso”. Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, ha però confermato il rafforzamento della collaborazione durante un incontro a Londra con Keir Starmer ed Ed Miliband.

Gaza e l’Oro Nero

Non è finita qui. Il 29 ottobre 2023, mentre Gaza veniva bombardata, Israele ha concesso licenze di esplorazione gasifera a Eni, Dana Petroleum e Ratio Petroleum nelle acque antistanti la Striscia di Gaza. La mossa è stata subito contestata da ONG come Al-Haq e Al Mezan, che hanno inviato una diffida legale a Eni, sottolineando come queste attività costituiscano una violazione del diritto internazionale.

Intanto, uno studio di Oil Change International ha rivelato che Eni è responsabile del 4% delle forniture di carburante a Israele dall’ottobre 2023 a luglio 2024. Un contributo che supporta direttamente le operazioni militari contro Gaza, con effetti devastanti sulla popolazione civile.

Complicità e Violazioni

Eni non può nascondersi dietro tecnicismi o accordi di vecchia data. La sua partecipazione alla catena di approvvigionamento energetico di Israele la rende complice delle violazioni dei diritti umani a Gaza. Con 30mila tonnellate di greggio fornite dal Centro Olio Val d’Agri e dal Caspian Pipeline, Eni non è solo un osservatore passivo, ma un attore attivo in questa tragedia.

Mentre i governi europei dibattono sulla necessità di un embargo sulle esportazioni di armamenti a Israele, Eni consolida i suoi legami con chi contribuisce a perpetrare il conflitto. È questo il modello di transizione energetica che Claudio Descalzi intende promuovere?

Silenzio Assordante

Di fronte a una situazione così palese, il silenzio delle istituzioni italiane ed europee è assordante. L’impunità con cui Eni agisce riflette un disinteresse totale per i diritti umani e il diritto internazionale. La fusione con Ithaca Energy e i legami con Delek Group rappresentano un punto di non ritorno per la credibilità dell’azienda.

Eni ha scelto di schierarsi dalla parte sbagliata della storia, alimentando con il suo petrolio un conflitto che ha già provocato decine di migliaia di vittime innocenti.

Tag: Eni, Delek Group, Ithaca Energy, Gaza, Israele, diritti umani, petrolio, Mare del Nord, apartheid, Claudio Descalzi, Greenpeace Italia, Fridays for Future, BDS Italia, Focsiv, Oil Change International, violazione del diritto internazionale, diritto umanitario, Palestina, Striscia di Gaza, Al-Haq, Al Mezan, Caspian Pipeline.

5)Azerbaigian: Repressione, Corruzione e Complicità Internazionali

Mentre l’Azerbaigian si prepara a ospitare la Cop29, conferenza sul clima che si terrà dall’11 al 22 novembre a Baku, il numero dei prigionieri politici nel Paese è salito da 90 a oltre 290. L’obiettivo del regime guidato da Ilham Aliyev è chiaro: mettere a tacere ogni voce che possa denunciare le violazioni dei diritti umani e il sistematico sfruttamento delle risorse fossili del Paese.

La Lotta di Gubad Ibadoghlu e la Denuncia della Figlia

Zhala Bayramova, esule in Svezia, sta percorrendo l’Europa per raccontare la vicenda del padre, Gubad Ibadoghlu, accademico della London School of Economics e attivista anticorruzione, arrestato nel luglio 2023 durante una visita alla madre malata. Dopo mesi di detenzione in condizioni durissime, Ibadoghlu si trova ora agli arresti domiciliari, privo però delle cure mediche necessarie.

Le sue ricerche hanno portato alla luce verità scomode per il governo azero: dalle irregolarità nell’export di gas e petrolio, agli intrecci con il gas russo, utilizzato per ampliare il Corridoio Sud del Gas e aggirare le sanzioni internazionali. Secondo un rapporto di CEE Bankwatch e Urgewald, petrolio russo per oltre un miliardo di dollari è stato raffinato in Turchia da una società controllata dal governo azero.

Giornalisti e Artisti in Esilio

A Berlino, Leyla Mustafayeva, direttrice di Abzas Media, guida una redazione che opera ormai in esilio. In Azerbaigian, chi cerca di fare giornalismo indipendente viene perseguitato: attualmente venti giornalisti sono in carcere. Tra loro, investigavano sugli appalti per la ricostruzione nel Nagorno Karabakh, recentemente riconquistato dall’Azerbaigian.

Anche il giornalista Afgan Mukhtarli, rapito in Georgia e incarcerato per tre anni, denuncia le atrocità del regime. A fianco dei giornalisti, artisti come il rapper Jamal Ali subiscono repressioni per aver criticato il governo. Ali, arrestato durante l’Eurovision del 2012, ha scelto l’esilio per evitare una condanna certa.

La Corruzione che Alimenta il Potere

Il regime di Ilham Aliyev si basa su corruzione e clientelismo. I Panama Papers del 2016 hanno rivelato come la famiglia Aliyev abbia costruito un impero economico grazie a società offshore e accordi poco trasparenti. La Socar, azienda statale dell’oil&gas azero, è spesso al centro di scandali, dalle violazioni dei diritti dei lavoratori agli abusi ambientali.

In Europa, la longa manus azera ha toccato anche la politica italiana. L’ex deputato Udc Luca Volontè è stato condannato per aver ricevuto 500mila euro dal rappresentante azero Elkhan Suleymanov per orientare voti a favore di Baku al Consiglio d’Europa. Anche se il reato è andato in prescrizione, il caso rimane emblematico delle relazioni tra Azerbaigian e i governi occidentali.

Complicità Internazionali

Nonostante le evidenti violazioni, l’Azerbaigian continua a essere un partner privilegiato per l’Europa, specialmente per l’Italia, primo importatore di petrolio e secondo di gas dal Paese. Il regime Aliyev sfrutta la dipendenza energetica europea per consolidare il suo potere, mentre governi e aziende chiudono un occhio sui soprusi.

Conclusione

Mentre l’Azerbaigian si presenta come protagonista alla Cop29, la repressione interna e le sue pratiche corrotte gettano un’ombra inquietante sul summit. La comunità internazionale non può continuare a ignorare le violazioni dei diritti umani e il ruolo delle élite azere nel perpetuare un sistema basato su sfruttamento e oppressione.

Tag: Azerbaigian, Ilham Aliyev, Gubad Ibadoghlu, Zhala Bayramova, diritti umani, prigionieri politici, giornalismo indipendente, Abzas Media, Socar, Panama Papers, Corridoio Sud del Gas, Tap, Repressione, Corruzione, Luca Volontè, Nagorno Karabakh, Europa, Berlino, Energia, COP29.

5)Oro in volo: speculazioni, fondi e risparmiatori italiani a rischio

Il prezzo dell’oro è schizzato sopra i 2.600 dollari l’oncia, stabilendo un nuovo record storico. Una crescita vertiginosa, se si considera che all’inizio del 2024 era fermo sotto i 2.000 dollari. Ma la vera stranezza non è l’entità del rialzo, quanto il contesto: i mercati azionari, che di solito crollano quando l’oro sale, continuano a toccare nuovi massimi, senza apparenti segni di crisi o paura.

L’apparente razionalità del rialzo

Alcuni analisti si sono affrettati a giustificare il fenomeno con motivazioni “razionali”. Le tensioni geopolitiche, la debolezza del dollaro e gli acquisti di oro da parte delle banche centrali, in particolare quella cinese, vengono citati come cause principali. Tuttavia, queste spiegazioni mostrano parecchie falle. Le tensioni internazionali, per quanto gravi, non hanno intaccato i mercati azionari. La debolezza del dollaro resta più una previsione che una realtà. E gli acquisti delle banche centrali sono stati limitati, decisamente insufficienti per giustificare l’impennata dei prezzi.

La vera regia: la finanza derivata

La realtà è che ci troviamo di fronte all’ennesima bolla speculativa costruita a tavolino. Il prezzo dell’oro non è mosso dalla domanda reale, ma dalle scommesse finanziarie orchestrate dai grandi fondi d’investimento, che puntano tutto sui rialzi per gonfiare i loro prodotti, in particolare gli Exchange Traded Funds (Etf). Questi strumenti consentono di investire sull’oro senza possederlo fisicamente, attirando il risparmio gestito verso operazioni apparentemente redditizie ma profondamente speculative.

Dietro questa corsa al rialzo ci sono i soliti nomi: Vanguard, BlackRock e State Street, i colossi della finanza mondiale, che controllano un terzo della produzione globale di oro attraverso società come Barrick Gold, Newmont Mining e Kinross Gold, insieme al gigante Van Eck Associates. Non è difficile immaginare come, grazie a questa concentrazione di potere, i fondi possano manipolare i prezzi a loro favore.

Il caso italiano: famiglie e trappole fiscali

In Italia, il legame storico delle famiglie con l’oro come “bene rifugio” amplifica le ricadute di questa corsa speculativa. Tradizionalmente attratte da lingotti e monete, molte famiglie italiane si stanno ora orientando verso gli Etf, che spesso godono di benefici fiscali grazie alla loro registrazione in giurisdizioni come l’Irlanda.

Ma qui entra in gioco un altro elemento: le nuove regole fiscali introdotte dal Governo Meloni. Queste norme, apparentemente destinate a colpire le plusvalenze, rischiano di penalizzare i piccoli risparmiatori che vedono nell’oro una forma di protezione, senza però toccare i grandi gestori, che continuano indisturbati a manovrare il mercato.

Oro e paura: una strategia consolidata

La lezione è sempre la stessa: creare paure, vere o costruite, per alimentare la domanda di beni rifugio e gonfiare i prezzi. I grandi fondi vincono sempre, mentre i risparmiatori si trovano intrappolati in un gioco dove le regole sono scritte da altri. L’aumento dei prezzi dell’oro è solo l’ultimo esempio di come la finanziarizzazione riesca a trasformare un bene materiale in uno strumento di speculazione, a scapito dell’economia reale.

Alla fine, il messaggio per i piccoli risparmiatori italiani è chiaro: l’oro, che sembrava un rifugio sicuro, rischia di diventare un’arma nelle mani della grande finanza. E, come spesso accade, chi paga il prezzo più alto non sono i giganti, ma i cittadini comuni.

6)Haditha: il massacro dimenticato e la ricerca della verità

Nel novembre 2005, nella cittadina irachena di Haditha, 24 civili, tra cui donne, uomini e bambini, furono uccisi da una squadra di marines statunitensi. Il più giovane aveva tre anni, il più anziano 76. Nessuno ha mai scontato un solo giorno di prigione per quella strage. Dopo quasi vent’anni, la giornalista Madeleine Baran e il team del podcast In the Dark, prodotto dal The New Yorker, hanno deciso di riaprire questa pagina oscura della storia americana.

Un lavoro investigativo monumentale, frutto di quattro anni di ricerche, centinaia di interviste e migliaia di documenti esaminati, ha portato a galla dettagli scioccanti su quella giornata e sul sistema di giustizia militare statunitense.

Un massacro e un silenzio assordante

Tutto iniziò con l’esplosione di un ordigno improvvisato che uccise un marine e ne ferì altri due. Poco dopo, la squadra guidata dal sergente Frank Wuterich aprì il fuoco su cinque uomini in taxi e fece irruzione in tre case vicine, uccidendo quasi tutti i presenti. Il caso attirò inizialmente l’attenzione dei media e persino del presidente George W. Bush, ma con il passare del tempo fu relegato all’oblio.

Quando nel 2012 Wuterich patteggiò una condanna per negligenza, la guerra in Iraq era finita e l’attenzione dell’opinione pubblica si era ormai spostata altrove. Nessun giornalista era presente in aula per raccontare l’epilogo giudiziario di uno dei più gravi crimini di guerra attribuiti alle forze armate statunitensi.

Foto mai viste prima e il loro impatto

Per ricostruire la vicenda, Baran e il suo team hanno fatto uso del Freedom of Information Act (Foia) per ottenere i documenti dell’indagine militare. Tra questi, le foto scattate sul luogo del massacro. Ma il governo americano ha cercato di impedirne la pubblicazione, sostenendo che avrebbero traumatizzato i sopravvissuti.

Con il consenso delle famiglie delle vittime, il team è riuscito a ottenere le immagini, che mostrano donne e bambini uccisi in posizioni di totale vulnerabilità. Una delle foto più scioccanti ritrae una madre, Asmaa Salman Raseef, che abbraccia il figlio Abdullah di quattro anni. Un esperto forense ha determinato che i colpi furono esplosi da una distanza ravvicinata, rendendo evidente che i marines sapevano di colpire civili indifesi.

Le voci dei protagonisti

L’inchiesta ha dato voce sia ai sopravvissuti sia ai marines coinvolti. Tra i militari, molti hanno parlato per la prima volta, descrivendo anni di lotta contro disturbi da stress post-traumatico, tossicodipendenza e sensi di colpa. Altri, invece, continuano a giustificare le loro azioni come parte del “dovere” militare.

Per i sopravvissuti e i familiari delle vittime, l’indagine è stata un’occasione per conoscere finalmente i dettagli di un processo che non ha mai garantito giustizia. Khalid Salman Raseef, che ha perso 15 familiari, ha collaborato attivamente con i giornalisti, fornendo firme e documenti per ottenere le foto e le prove ufficiali.

Un sistema di giustizia parallelo

Baran descrive la giustizia militare americana come un sistema opaco e parallelo, spesso incapace di garantire responsabilità per i crimini più gravi. L’indagine su Haditha, ostacolata e minimizzata, ne è un esempio emblematico. La pubblicazione delle foto e delle testimonianze ha però restituito dignità alle vittime, mostrando una verità che il governo avrebbe preferito nascondere.

La memoria e la responsabilità

Questa inchiesta non è solo un esercizio di memoria, ma un monito sulle conseguenze dell’impunità. Come ricorda Baran, il giornalismo dà il meglio di sé quando sfida il potere e cerca la verità, anche quando questa è scomoda. Haditha è un capitolo che il mondo non dovrebbe dimenticare, perché ignorarlo significa accettare che simili atrocità possano ripetersi.

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