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Ambrosoli e Andreotti: Il coraggio contro la connivenza

C’è un confine netto, una linea di demarcazione che separa due Italie. Da una parte, l’Italia dei servitori dello Stato, quelli che rischiano tutto per difendere la legalità, pagando spesso con la vita. Dall’altra, l’Italia delle connivenze, dei compromessi con il potere occulto, dei rapporti oscuri con la mafia e la P2. Giorgio Ambrosoli e Giulio Andreotti sono i simboli opposti di queste due Italie, due volti inconciliabili di una Repubblica spesso schizofrenica.

Giorgio Ambrosoli, avvocato milanese, liquidatore del Banco Ambrosiano di Michele Sindona, non cercava gloria né onori. Voleva semplicemente fare il suo lavoro, con rigore e dedizione. Ma in un Paese dove il confine tra lecito e illecito è sempre stato sfumato, il suo senso di giustizia appariva come un atto di sfida. Ambrosoli fu lasciato solo, circondato da un silenzio assordante e dall’ostilità del potere politico. Come ricorda suo figlio Umberto nel libro Qualunque cosa succeda, l’isolamento del padre e del maresciallo Silvio Novembre, che lavorava al suo fianco, non era casuale. Era una precisa strategia del sottobosco politico e del potere occulto: far passare l’idea che l’unico ostacolo al “salvataggio” di Sindona fosse l’intransigenza morale di Ambrosoli.

Quella solitudine si concluse tragicamente l’11 luglio 1979, quando Ambrosoli fu assassinato da un sicario mandato da Sindona. Ma il vero scandalo non è solo il delitto. È la reazione. Undici anni dopo, nel 2010, intervistato da Giovanni Minoli, Giulio Andreotti commentò la morte di Ambrosoli con parole che suonano come una sentenza: «In termini romaneschi, se l’andava cercando». Una frase che rivela molto più di quanto vorrebbe. Perché, dietro il cinismo, c’è una visione del mondo in cui chi non si adegua, chi non si piega, chi non accetta di chiudere un occhio (o entrambi) è colpevole della propria sorte.

E Andreotti? Lui rappresenta l’altro lato di quella linea di demarcazione. Le sentenze di Palermo e Milano parlano chiaro: Giulio Andreotti non era un semplice spettatore. Era un protagonista di rapporti ambigui e compromettenti con uomini come Michele Sindona, il finanziere che non solo sovvenzionò generosamente la Democrazia Cristiana, ma che fu anche uno degli snodi centrali del potere mafioso e della P2. Andreotti incontrò Sindona anche quando questi era latitante negli Stati Uniti, e intervenne ripetutamente a favore dei suoi “piani di salvataggio”, ignorando i giudizi negativi della Banca d’Italia e di istituzioni come Mediobanca.

Tra il 1978 e il 1980, gli incontri tra Andreotti e l’avvocato difensore di Sindona, Rodolfo Guzzi, furono frequenti e documentati. Anche dopo il finto rapimento di Sindona, dopo l’omicidio di Ambrosoli, Andreotti continuò a mantenere contatti con l’entourage del bancarottiere, dimostrando un freddo pragmatismo che sfiorava l’indifferenza di fronte ai crimini più gravi. La frase «se l’andava cercando» non è solo un insulto alla memoria di Ambrosoli: è il manifesto di un sistema che considera l’etica un lusso, e la connivenza una virtù.

Ambrosoli non aveva scudi, non aveva protezioni. Era un uomo solo, armato solo del suo senso del dovere. Andreotti, al contrario, era il cuore del potere, il garante di equilibri inconfessabili, l’uomo che sapeva tutto ma non si esponeva mai. Se il coraggio di Ambrosoli ci ricorda cosa significa servire lo Stato, le azioni (e le omissioni) di Andreotti ci mostrano il volto oscuro di un potere che si piega al crimine per preservare se stesso.

Oggi, più che mai, è necessario ricordare questi due uomini e ciò che rappresentano. Perché in un Paese che dimentica troppo in fretta, la memoria è l’unica arma contro il ritorno di quelle ambiguità che hanno segnato i momenti più bui della nostra storia. Giorgio Ambrosoli ci ha insegnato il valore della coerenza e del sacrificio. Giulio Andreotti, con il suo silenzio e le sue scelte, ci ha mostrato il prezzo che paghiamo quando lo Stato si allea con il malaffare.

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