La caduta di Aleppo nelle mani dei ribelli segna un capitolo inatteso e drammatico nella guerra siriana, rivelando la fragilità di un regime che sembrava aver consolidato il controllo su una delle città simbolo del conflitto. Il 30 novembre, i ribelli provenienti dalla provincia di Idlib hanno rovesciato una statua equestre dedicata a Basil al Assad, fratello dell’attuale dittatore siriano Bashar, lasciando sul piedistallo solo il cavallo. Questo gesto, più di mille parole, simboleggia la rapidità con cui l’opposizione ha travolto le difese governative in una città che un tempo era il cuore pulsante della Siria.
Una conquista rapida e inaspettata
Fino al giorno prima, i ribelli controllavano appena un terzo di Aleppo. Con un’offensiva lampo iniziata il 27 novembre, hanno rovesciato le sorti della città. Attacchi suicidi con autobombe hanno distrutto le difese governative, mentre le forze del regime si sono ritirate senza combattere. La resa è stata negoziata rapidamente, segnando l’ennesima dimostrazione della debolezza di un esercito che sembra ormai incapace di difendere le proprie posizioni.
La perdita dell’importante base aerea di Abu Douhour, utilizzata per lanciare attacchi con droni sull’enclave ribelle di Idlib, rappresenta un duro colpo per Damasco. L’operazione ribelle, denominata “Dissuadere l’aggressione”, è stata concepita per porre fine agli attacchi su Idlib, ma il suo successo potrebbe aver superato le stesse aspettative degli insorti.
Il ruolo della coalizione ribelle
A guidare l’offensiva è stata una coalizione dominata da Hayat Tahrir al Sham (HTS), un gruppo jihadista salafita con un passato legato ad Al Qaeda, oggi affiancato da milizie vicine alla Turchia. Questo fronte eterogeneo include combattenti espulsi dalle aree lealiste, giovani cresciuti nell’enclave di Idlib e forze sostenute indirettamente da Ankara. La presenza turca nel nord della Siria, infatti, continua a esercitare un’influenza determinante, e non è un caso che l’offensiva ribelle sia stata lanciata proprio mentre i tentativi di riconciliazione tra Turchia e Siria sembrano essere falliti.
Il collasso del regime siriano
Le linee di difesa del regime di Bashar al Assad sono crollate come un castello di carte, mostrando un esercito esausto e demoralizzato. Secondo Firas Kontar, politologo e autore di Syrie, la révolution impossible, i soldati siriani, pagati appena venti dollari al mese, non sono disposti a sacrificarsi per un regime che li ha abbandonati. La situazione è aggravata dal ritiro di molti combattenti di Hezbollah, richiamati in Libano per rafforzare le truppe contro Israele.
Le debolezze del regime sono anche il risultato della fiducia cieca di Assad nei suoi alleati, Russia e Iran. Nonostante le difficoltà crescenti, il presidente siriano non ha tentato di riformare un esercito logorato, preferendo pavoneggiarsi nei vertici della Lega Araba. Oggi, però, il prezzo di queste scelte si rivela insostenibile.
L’erosione del supporto russo e iraniano
La guerra in Ucraina ha ridotto la capacità della Russia di sostenere il regime siriano. Molti piloti russi attivi in Siria sono stati richiamati per operazioni in Europa orientale, mentre Mosca fatica a mantenere una presenza efficace nel teatro siriano. Teheran, dal canto suo, accusa gli Stati Uniti di complotti, ma le sue risorse sono sempre più limitate. I continui attacchi israeliani contro le forniture militari iraniane dirette in Siria hanno ulteriormente indebolito il fronte filo-governativo.
Un quadro regionale e strategico in evoluzione
L’offensiva ribelle arriva in un momento in cui le dinamiche regionali stanno cambiando rapidamente. La tregua tra Hezbollah e l’esercito israeliano ha creato nuove opportunità per i ribelli, che sembrano aver letto con astuzia i segnali geopolitici. Anche l’apparente disattenzione dei servizi segreti siriani, russi e iraniani rispetto ai preparativi ribelli lascia intendere una crescente vulnerabilità del fronte lealista.
Prospettive per il futuro
La caduta di Aleppo è un colpo simbolico e strategico per il regime di Assad. Tuttavia, la reazione russa, con bombardamenti aerei già iniziati il 30 novembre, indica che la battaglia per il controllo della città è tutt’altro che conclusa. Il conflitto siriano entra così in una nuova fase, caratterizzata da un fragile equilibrio di potere, in cui nessuna delle parti sembra avere la forza per prevalere definitivamente.
Questa nuova offensiva ribelle riporta l’attenzione su una guerra che molti avevano considerato congelata. Ma al di là delle dinamiche militari, il collasso del regime siriano evidenzia un sistema al limite del tracollo, in cui la leadership di Assad sembra incapace di affrontare le sfide di un conflitto sempre più intricato e imprevedibile.
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