Press "Enter" to skip to content

“Al Jolani: il camaleonte del potere siriano tra jihadismo e compromessi”

Al Jolani, il camaleonte della Siria

Damasco, dicembre 2014. Bisogna avere paura di Al Jolani? La risposta più ovvia sarebbe: sì. Ma la questione, come sempre, è più complicata di così. Abu Mohammed al Jolani, al secolo Ahmed al Sharaa, è il leader del gruppo Hayat Tahrir al-Sham (Hts), l’ex costola siriana di Al Qaeda, oggi diventato uno strano ibrido tra islamismo moderato (per modo di dire) e jihadismo addomesticato. Una trasformazione che, per ora, sembra più di facciata che di sostanza. Ma facciamo un passo indietro.

L’eredità di Assad e il “regno del silenzio”

In Siria, per decenni, la paura aveva un volto preciso: quello di Bashar al Assad e della sua cricca. Non c’è bisogno di essere esperti di geopolitica per capire cosa abbia significato il regime degli Assad per la Siria: un’orgia di repressione, torture e massacri. Il carcere di Saydnaya, simbolo della brutalità sistematica, e la tragica fine del rivoluzionario Mazen el Hamada sono solo la punta dell’iceberg di un sistema che ha divorato il suo stesso popolo. Con la caduta di Assad, ci si è illusi che il peggio fosse passato. Ma, come spesso accade in Medio Oriente, al peggio non c’è mai fine.

Il dilemma di Al Jolani

E qui entra in scena Al Jolani, il nuovo uomo forte della Siria. O almeno, l’uomo che aspira a diventarlo. Leader di Hts dal 2017, ha tagliato i ponti con Al Qaeda e si è reinventato come un pragmatico capo politico. Ma è davvero cambiato o si tratta di una strategia tattica? La domanda è cruciale, perché il futuro della Siria e della regione dipenderà anche dalla risposta.

Al Jolani si trova davanti a una serie di sfide titaniche. Deve unificare i gruppi ribelli, spesso in conflitto tra loro; trovare un compromesso con i curdi, che controllano gran parte del nord-est del paese; e, soprattutto, fare i conti con la Turchia, che considera i curdi siriani una minaccia esistenziale. E poi ci sono gli altri attori della regione: Russia, Iran, Israele. Una partita a scacchi in cui ogni mossa sbagliata potrebbe scatenare una nuova guerra civile o un ulteriore frammentazione del paese.

Un leader camaleontico

Fino ad ora, Al Jolani ha dimostrato un’abilità politica sorprendente, per non dire inquietante. Ha rassicurato le minoranze, negoziato con i russi per mantenere le loro basi in Siria, inviato segnali distensivi all’Occidente e persino teso la mano ai curdi, pur ricevendo nel frattempo il capo dell’intelligence turca a Damasco. Un bilanciere perfetto tra compromessi e giochi di potere. Ma dietro questa facciata di pragmatismo resta un dubbio fondamentale: quanto è autentica questa metamorfosi?

Un islamista “moderato”?

Il potere di Al Jolani è stato descritto come autoritario, ma non totalitario; islamista, ma non fondamentalista. Un’etichetta che suona quasi come un ossimoro. Ha represso proteste e rivali, ma senza scatenare un terrore cieco. Ha esteso il controllo su scuole e università, ma ha dovuto fare concessioni per guadagnarsi l’appoggio della popolazione. Il suo jihadismo sembra più “politico” che religioso, almeno per ora. Come scrive Aaron Zelin, uno dei maggiori esperti di terrorismo, Hts punta a costruire un potere duraturo evitando scontri frontali con l’Occidente e cercando di farsi accettare.

Ma il rischio è evidente: più Al Jolani si avvicina al potere, più la politica prende il sopravvento sulla religione. Questo potrebbe renderlo vulnerabile, sia agli occhi dei jihadisti più puri, che lo accuseranno di tradimento, sia di fronte agli alleati occidentali, sempre pronti a condannare chiunque indossi anche solo l’ombra di un turbante.

Il fantasma del jihadismo internazionale

C’è poi la questione più ampia: cosa significa Al Jolani per la Siria, la regione e il mondo? I siriani temono che il loro paese possa trasformarsi in un emirato islamico. Gli europei guardano con apprensione all’eventualità di un nuovo focolaio di jihadismo. E il resto della regione teme che un eventuale successo di Hts possa alimentare il fondamentalismo islamico in Libano e altrove.

Al Jolani sa che deve camminare su una linea sottile: governare senza spaventare. Ma il suo passato è un’ombra lunga, e non è detto che basti una verniciata di moderazione a far dimenticare le sue origini.

La Siria al bivio

Il futuro di Al Jolani è legato a doppio filo a quello della Siria. Più il paese rimarrà isolato e povero, più il suo radicalismo avrà terreno fertile. Al contrario, un’eventuale normalizzazione della Siria potrebbe mettere in crisi la leadership di Hts e le sue ambizioni. Al Jolani non è un tiranno vecchio stampo come Assad, ma non è nemmeno un riformista. È un prodotto del suo tempo e del contesto politico che lo circonda. Se resterà fedele alla sua linea “moderata”, potrebbe diventare un interlocutore per l’Occidente. Se invece tornerà alle sue radici jihadiste, potrebbe trasformarsi in una minaccia per la Siria e per il mondo.

La vera domanda, però, è un’altra: la Siria saprà cogliere questa occasione per diventare finalmente padrona del proprio destino? O sarà costretta, ancora una volta, ad adattarsi alle ambizioni di chi la governa? Al Jolani può cambiare pelle mille volte, ma il destino della Siria resta nelle mani del suo popolo. E questa, forse, è l’unica vera speranza per il futuro.

Be First to Comment

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

    Mission News Theme by Compete Themes.
    mappamundi

    Privacy

    Privacy Policy di OPIG

    Per maggiori dettagli sui dati raccolti e sui cookie visualizzare le diverse informative presenti sul sito.